Possiamo o meglio dobbiamo dare senso alle cose che facciamo è una domanda che in Progetto Soproxi ci poniamo da sempre.

Che “senso” ha un progetto come Soproxi? Perchè dare supporto? E come farlo? Sono tutte domande strettamente connesse tra loro. L’obbiettivo principale di Soproxi è dare supporto a persone in lutto per un suicidio, e ciò trova senso SOLO recuperando un modo corretto, ma anche lecito di farlo. E un comportamento non è lecito solo perché è consentito, ma anche e soprattutto perché è diligente. Alla diligenza del fare è fondamentale aggiungere la competenza e l’utilità del fare. E’ senza dubbio ammirevole donare a chi soffre il proprio tempo, competenze, umanità e sensibilità, ma questo non può e non deve essere sufficiente perchè quando si “toccano” emozioni dolorose, forti e mutevoli (e lo si fa, come noi facciamo almeno in parte, in un ambiente virtuale come lo è il web) bisogna “saper fare”. Parafrasando W.B. Yeats, le persone che ci contattano “distendono” il loro dolore sotto i nostri piedi e noi abbiamo il dovere di camminarci sopra con molta cautela.

Crediamo sia quindi necessario poter valutare i nostri interventi non semplicemente in termini di “gradimento” di chi ne usufruisce, ma anche e specialmente per la loro “efficacia”, per il loro “impatto” sulla sofferenza per affrontare la quale vengono proposti. In Soproxi cerchiamo di proporre servizi che siano supportati da dati sulla loro efficacia e qualora questi non ci siano (e purtroppo la letteratura, su ciò che serve e non serve per supportare i sopravvissuti ad un suicida, è scarsissima al punto di non avere a tutt’oggi certezze su cosa è giusto ed è meglio fare) cerchiamo di recuperarli attraverso un approccio di ricerca. A molti potrà sembrare stridente “misurare” attraverso dei test il dolore per un suicidio, ma è il solo modo per poter dare senso al nostro operato, orientato a dare supporto.