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Un malinconico arpeggio di chitarra western, un canyon scuro e desolato sotto un cielo carico di piombo. È notte? È giorno? Non sappiamo.

C’è un uomo a capo chino, fermo a una certa distanza dall’orlo del precipizio. L’inquadratura si stringe su di lui e vediamo una stella di sceriffo appuntata al petto, il mento ispido di barba grigia, le guance scavate e infine gli occhi azzurri e tristi. Con un sospiro affaticato guarda verso il burrone, e in quell’attimo si accende il ricordo: eccolo bambino, seduto a cassetta accanto a suo padre (anch’egli sceriffo), un uomo grosso, solido e rassicurante, che a un certo punto consegna al ragazzino il suo grosso, lucente orologio da tasca.

Torniamo al presente: l’uomo si incammina verso il precipizio con passi lenti e pesanti, circondato dai segni della devastazione passata, continuando a ricordare, e nel ricordo c’è la carrozza inseguita dai banditi, il padre che gli affida le redini per poter sparare agli inseguitori, lui che perde il controllo della vettura facendola rovesciare; i due vengono scaraventati fuori e il padre è sul punto di cadere proprio da quel burrone. Sembra che il figlio possa riuscire a salvarlo, ma succede qualcosa: un incidente che il figlio non si perdonerà mai.

La musica tace, il vento fischia, l’uomo diventato adulto si ferma sull’orlo della caduta. Tra le nubi filtra un raggio di luce che colpisce un oggetto in terra e gli rimbalza nell’occhio, distraendolo e facendogli perdere l’equilibrio. Cade ma si aggrappa alla roccia e riesce a rialzarsi, scoprendo che quell’oggetto è il vecchio orologio perduto di suo padre e racchiude la fotografia dei suoi genitori. Il tempo, che al momento dell’incidente si era fermato, può tornare a scorrere in un sussulto di commozione. Il sole sbuca all’orizzonte, la luce accarezza e promette: non è tempo di cadere, non ancora.

I sei minuti di questo corto prodotto da Quorum Films sono un regalo di due animatori della Pixar, Lou Hamou-Lhadj e Andrew Coats, che riescono nell’intento di dimostrare che il cinema di animazione non è un genere “per bambini” ma può raccontare qualsiasi storia. Chi, come me, è cresciuto con i disegni animati “bidimensionali” fatica ancora a liberarsi da un’ombra di diffidenza nei confronti delle odierne tecniche di animazione: tutta quest’elettronica, tutta questa tecnologia possono davvero prendere vita e toccare le corde dell’immaginazione e della compassione come i meravigliosi disegni dei classici Disney? Probabilmente è un paragone che non ha senso; ma questa è certo un’opera intensamente viva. Forse anche perché è gratuita, realizzata in cinque anni di ritagli di tempo (tempo preso in prestito, appunto, e poi regalato al pubblico), senza il supporto di una super-produzione. La storia, condensata in questi pochi minuti, arriva dove deve arrivare raccontando la crudeltà e poi la generosità del destino, il dolore di una colpa che a volte ci addossiamo anche quando non ci appartiene.

A creare una profonda empatia con il protagonista c’è tutto il non detto, il non narrato di una vita: è lo spettatore a ricostruirla, tramite pochi indispensabili elementi.

A proposito dell’intento suicida del personaggio, Andrew Coats dichiara in un’intervista che inizialmente non era nelle intenzioni degli autori inserire questa sfumatura: “Non ho mai avuto idee suicide, quindi come artista non potrei parlarne con la dovuta sincerità.” Ma il personaggio, dopo un po’, ha preso il sopravvento e ha detto la sua. Compito degli autori è stato quindi ascoltarlo e raccontare le sue motivazioni: cosa lo aveva spinto sull’orlo di quel precipizio? Il desiderio di ricongiungersi al padre? Un sentimento nel quale era possibile immedesimarsi. Così come nel perdono, nella riconciliazione con se stessi, nell’accogliere il tempo che ci resta.

(Anna_SOPRoxi)