“Ieri notte vostra madre si è uccisa”.

Queste le parole che Viggo Mortensen alias Ben, protagonista di Captain Fantastic (scritto e diretto da Matt Ross), rivolge ai suoi figli appena ricevuta la notizia. Da anni, inseguendo l’utopia neo-hippie di Ben e della moglie Leslie, la famiglia viveva arroccata nei boschi dello Stato di Washington, irraggiungibile da TV, internet e cultura di massa, cibando il corpo con i frutti della terra e con la caccia, e la mente con Marx e Chomsky.

Il suicidio irrompe nell’apparentemente inscalfibile routine familiare, costringendo Ben a capitanare una (ri)partenza che, fra reale e simbolico, li condurrà all’altro capo degli USA dove si terrà il funerale di Leslie, verso un nuovo inizio.

Altra, invece, la vicenda di Massimo in Fai bei sogni (rivisitazione filmica a opera di Marco Bellocchio dell’omonimo romanzo autobiografico di Massimo Gramellini). Il personaggio interpretato da Valerio Mastrandrea è un giornalista quarantenne che proprio da un ingiallito ritaglio di giornale viene a conoscenza del suicidio della madre, che credeva morta d’infarto, tenutogli nascosto per decenni.  

Le due pellicole risultano paradigma di modalità pressoché opposte ed estreme di comunicare il suicidio di una persona cara. In entrambi i casi tale comunicazione, avvenuta o mancata che sia, è colta nella sua più difficile declinazione, ovvero quella che vede come destinatari i figli superstiti.

Da un lato Ben, impaziente di liberarsi dal peso insostenibile, quasi che il drastico tentativo di razionalizzare il suicidio della moglie attribuendolo al grave disturbo bipolare da cui era affetta potesse bastare a esaurire in se stesso il lutto. Bambini e ragazzi, “iperadultizzati” dal carico che inizialmente li investe senza alcuna mediazione, dovranno progressivamente riconquistare il loro status di figli. In questo loro tragitto, che seguiamo da spettatori, saranno fondamentali le progressive aperture nella corazza del padre e la condivisione via via più affettiva ed empatica dei racconti, dei ricordi di Leslie e dei comuni vissuti di perdita attraverso cui elaborarne l’assenza. Il processo sembra trovare compimento nell’intimo rito laico celebrato attorno alla salma, sulle note di Sweet Child O’ Mine dei Guns’n’Roses, e nella successiva scena, provocatoria quanto emblematica, in cui padre e figli si disfano delle ceneri gettandole nel gabinetto, interpretando il presunto volere della defunta. Solo così Ben potrà arrivare, al termine del film, a salutare il suo primogenito in partenza per un viaggio raccomandando “don’t die”, “non morire”, con tenerezza e addirittura una punta di ironia.

Massimo, per contro, viene ritenuto troppo piccolo per sopportare la verità del suicidio, percepita tanto vergognosa da preferirle un “brutto male” del corpo, la cui ineluttabilità dovrebbe esorcizzare lo scandalo di una morte scelta. Ciò non basta, tutt’altro, a prevenire l’insinuarsi di senso di colpa e solitudine: a ogni sua domanda elusa o frustrata, Massimo si allontana sempre più da quei parenti e amici che gli rendono inafferrabile il fantasma della mamma. Fantasma che cercherà talvolta di far rivivere in altre donne, con la conseguenza di cadere in rapporti sentimentali riparativi e logoranti senza affatto ridurre lo scarto originario. Su queste basi, riappropriatosi infine della comunicazione negata, dovrà riconcepire la vita e le sue relazioni.

Captain Fantastic e Fai bei sogni con le loro storie quasi contrapposte possono farci intravvedere una via per parlare di suicidio ai figli: una via, forse la Via, senza scorciatoie e per questo non agevole, che pur salvaguardando la loro fragilità li includa nel circolo della comunicazione e fornisca loro dei modelli per un’espressione dei sentimenti il più possibile aperta, anche nei casi in cui il dolore induce a cercare rifugio nell’incomprensibilità.

 

“Mom’s illness had nothing to do with you guys. It was chemical. She loved you very much. None of this is your fault. But I can’t help you. Unless you talk to me.”

La malattia di mamma non aveva niente a che fare con voi. Era un fatto chimico. Vi voleva un bene dell’anima. Voi non avete nessuna colpa. Ma io non posso aiutarvi, a meno che non parliate con me.

 

Sweet Child O’ Mine

Ha un sorriso che sembra
riportarmi in mente i ricordi d’infanzia
Dove tutto
Era fresco come il cielo azzurro brillante.

A volte quando vedo il suo viso
Lei mi porta in quel posto speciale.
E se restassi troppo a lungo
Forse scoppierei a piangere.

Oh, oh, oh
Piccola mia.
Oh, oh, oh
Piccola mia.

Ha occhi dei cieli più azzurri
Come se pensassero alla pioggia.
Odio guardare in quegli occhi
e vederci un briciolo di dolore.

I suoi capelli mi ricordano un posto caldo e sicuro
Dove mi nascondevo da bambino.
E pregavo che il tuono
E la pioggia
se ne andassero via silenziosamente

Oh, oh, oh
Piccola mia.
Oh, oh, oh
Piccola mia.

Dove andiamo?
Dove andiamo ora?
Piccola
Piccola mia

Paolo Busetto, Psichiatra in formazione,

Università di Padova

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