C’è sempre un po’ di imbarazzo, per non dire di colpa, nel raccontare la scomparsa di qualcuno. Se l’immenso potere della letteratura sta nella capacità di creare infinite possibili realtà, il suo grande limite è nell’incapacità di modificare l’unica realtà possibile: il passato. Ciò che nella finzione del possibile è un suicidio mancato, o rimandato, nella realtà dell’accaduto è un suicidio avvenuto, quello di Giuseppe Sciascia, fratello di Leonardo. Era il 1948 quando Giuseppe, direttore venticinquenne della zolfara di Assoro, paesino dell’entroterra ennese, apre il cassetto del comodino dei genitori e tira fuori la rivoltella con cui si toglie la vita. Al fratello Leonardo, lo scrittore ostinato della Sicilia del Novecento, lo dicono subito, mentre si trova a Caltanissetta. Non ne parlerà mai in pubblico, tranne una volta, in una intervista a Domenico Porzio, solo per ribadire la sua incapacità di comprendere appieno il gesto: Forse per ragioni di sconforto, di solitudine.

Come il cannocchiale aristotelico di Emanuele Tesauro, anche le lenti di Sciascia, per una sorta di presbiopia dell’anima, indagano i massimi sistemi del mondo ma non riescono a mettere a fuoco ciò che hanno a un palmo. Non era certo facile il mondo di Giuseppe Sciascia, venticinquenne calato nel mondo infernale delle zolfare siciliane, da cui il nonno Leonardo, il “gran lombardo”, era fuggito con sovrumana forza di volontà, imparando, nelle rare ore libere, a leggere, scrivere e far di conto, quanto necessario per posare il piccone del minatore e prendere in mano la penna dell’amministratore.

Giuseppe non prenderà mai in mano il piccone ma le sensazioni infernali della miniera arriveranno lo stesso fino a lui; l’isolamento, la giovane età e l’esistenzialismo esasperato di una terra dai nervi sempre tesi faranno forse il resto. Lo scrive nel suo diario, dove scandisce e condensa, in una settimana, una vita che non riconosce come sua: dal lunedì delle delusioni più grandi al mercoledì di una vita vegetativa fino alla domenica del riconoscimento, di un’autodiagnosi che non vuole lasciare scampo a se stessa: Giorno di sconforto, mancanza di fede nel domani. Sono malato. La fuga in carta bollata del nonno forse non era sufficiente per il nipote, che di quel mondo, con ogni probabilità, voleva scansare ogni traccia; a rimuovere i bolli, però, rimane sempre qualche traccia grumata di ceralacca, quell’ereditarietà famigliare scampanata da naturalisti e veristi (tra cui i conterranei Verga, De Roberto e Capuana) e che trova oggi un fondamento scientifico negli studi di psicogenealogia di Anne Ancelin Schützenberger.

Supposizioni, teorie, suggestioni; nessuno studio e nessun romanzo farà mai luce sui logoramenti di un uomo il cui ricordo, purtroppo, sopravvive nella memoria collettiva solo perché sostenuto dai venti di un famoso fratello. Il suicidio, nel suo terrificante esito, viene ben presto dimenticato dal mondo quando questo non appartiene a chi – reale o fittizio – ha avuto il dono della fama su carta, nella vita o nella morte.

Gherardo Fabretti è nato e vive a Catania.
Laureato in Lettere, collabora con le riviste Storie ed Enonews

 

[Un estratto da “Leonardo Sciascia. Fuoco all’anima. Conversazioni con Domenico Porzio. Mondadori 1992.”]

Parlavamo della tua famiglia, della tua infanzia: eri figlio unico?

Eravamo in tre. Due maschi e Una femmina. Ma mio fratello si é suicidato nel ’48.

Perché, com’é successo?

Per ragioni di sconforto, forse di solitudine. Era perito minerario. Mio padre lavorava nell’amministrazione della zolfara. Quando mio fratello si diplomò, lo portò con sé in una zolfara in provincia di Enna, ad Assoro. Mio padre adempiva ai suoi doveri con molto rigore; restava alla zolfara tutta la settimana e se ne veniva a casa solo al sabato. Mio fratello stave con lui. A un certo punto scoppiò uno sciopero alla zolfara, un lungo sciopero. Mio padre, che doveva fare i conti alI’amministrazione, aveva una ragione per restare. Mentra mio fratello, per i suoi compiti di perito, poteva anche andarsene, torrare a casa, insomma fare qualcos’altro visto che la zolfara era chiusa. Invece, forse per non lasciare solo mio padre, è rimasto Iì. E in quella zolfara – io ci sono stato: é un paesaggio desolato, brutto, orribile – forse ha avuto un momento di sconforto. Non so. Si é sentito prigioniero. Non siamo riusciti a capirlo.

Era molto giovane?

E come no! Aveva venticinque anni. Aveva un carattere molto diverso dal mio, piuttosto allegro. D’altra parte questi tipi vitali hanno dei momenti di sconforto che invece i depressi non hanno. Dopo è venuta una sequela di guai perché mio padre si è sentito responsabile del fatto, di non avergli detto «vattene a casa». Poi è stato preso da una forma di follia, alimentata dall’arteriosclerosi. Negli ultimi tempi era diventata anche una forma violenta. Per me è stata un’esperienza terribile, parlavo con una persona che non mi capiva, non mi sentiva, come un muro.

Ma dimmi, il suicidio è frequente in Sicilia?

Be’, ì casi sono tanti.

Sono suicidi passionali? Per questioni di donne?

No no, in genere sono suicidi inspiegabili. Sai, il suicidio è una porta aperta. È facile de imboccare. È forse
l’unico, vero problema filosofico.

L’unico problema è poi la morte, averla prima o dopo. È questione di tempo. È il problema dei tempo.[…]