“Morire
È un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in modo eccezionale.
Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammettete che ne ho la vocazione.”

E’ con questi versi tratti dal suo Lady Lazarus che si apre “Sylvia”, la trasposizione cinematografica della vita di Sylvia Plath, che vede come attori protagonisti Gwyneth Paltrow e Daniel Craig. Purtroppo il film non è mai stato distribuito in lingua italiana. Questo anche a sottolineare come la figura di Sylvia Plath sia poco conosciuta ai più.

Ma chi era Sylvia Plath?

Una poetessa americana nata a Boston nel 1932. Londra diventa invece il luogo che la vede per l’ultima volta in vita, l’11 febbraio 1963 quando all’età di 31 anni decide di morire. Assieme ad Anne Sexton (anch’ella morta suicida) e Robert Lowell abbracciano il filone cosiddetto della “poesia confessionale”, in cui i poeti si ispirano al loro vissuto personale spesso traumatico per la scrittura dei propri testi. Quasi con una significazione catartica che i versi cureranno le loro ferite.

Molti biografi hanno attribuito l’inizio della sofferenza di Sylvia alla precoce morte del padre, Otto Plath, avvenuta quando lei aveva otto anni; un padre in seguito ricercato in quasi ognuno dei suoi versi, in desideri misti di colpa, morte e rinascita. Come se sulla carta potesse essere possibile rivivere la vita. E lo smacco sta proprio qui, quando quel desiderio diventa irrealistico, quando la vita continua a dolere nonostante le sue assenze. Sylvia quindi ad un certo punto decide di mollare la lotta, con quella vita che non riusciva a vederla vincente.

Ma capire Sylvia e i suoi dolori non significa capire il suo gesto suicida. Leggere i diari di Sylvia Plath lascia l’effetto postumo dell’amaro in bocca. Leggere i suoi diari è un travolgente pugno nello stomaco che permette di capire quanta sofferenza ci fosse nei suoi pensieri, tradotta magistralmente in versi poetici. Quei versi, però, che non hanno permesso di lenire le sue angosce e salvarla dai suoi dèmoni.

E’ sempre resuscitata, come Lazzaro (Lady Lazarus è una sua opera, scritta pochi mesi prima, che narra di una donna che ha il terribile dono di poter rinascere, nds). Ma forse non sa che questa volta non riaprirà più gli occhi sullo schermo della vita.

Respira a fondo e riempie i polmoni. Respiro dopo respiro. La vista si annebbia e il confine con la vita si accorcia. E’ tutto così dolce oggi, penserà. E’ l’ 11 febbraio 1963. E’ la fine. Desiderata da tempo. Voluta forse mai, chi lo sa. Ma, eccola, la fine.

Facile. Tormentata. Angosciante. Docile. Come lei.

E’ giunta come fosse il sonno. E’ giunta a porre candore a quei pensieri viaggianti a velocità forse troppo elevata. Aveva organizzato tutto per accudire i suoi piccoli, Frieda e Nicholas. Dormivano nella camera accanto. Ancora una volta doveva accudirli. Aveva lasciato accanto ai loro letti fette di pane imburrato e ciotole di latte. Aveva spalancato loro le finestre e sigillato la porta con dei panni, affinchè il suo veleno non giungesse ai loro cuori. Un’infermiera andò qualche ora dopo a trovarla, come promessole dal medico il giorno prima, quando l’aveva trovata agitata. Ma non trovò nessuna risposta. Era troppo tardi. Sylvia aveva già inseguito i suoi dèmoni. Quando forzarono la porta i bambini si erano svegliati, ma piangevano nella camera freddissima.

Poco più che trentenne, con alle spalle pochi libri e molte porte di editori sbattute in faccia. Sul suo tavolo tutte le poesie scritte in poche settimane, durante quell’afflato sacro maniacale che sembrava rincorrere il suo senso di inferiorità. Sylvia aveva fatto dei suoi traumi il viaggio incessante dei suoi versi: la sua voce interna, imperativa, senza sosta, doveva necessariamente battere nell’esplosione delle sue paure, trascendendo il contesto individuale. I versi di Sylvia urlavano, nel desiderio di essere ascoltati. In realtà era lei ad urlare, tramite loro, nel desiderio di essere compresa nella sua sofferenza.

Sylvia doveva confessarsi al mondo. Era necessario per sopravvivere. E doveva farlo eccezionalmente, nei suoi scritti. Sylvia consegna lo scettro della sua grandezza poetica agli Dèi dell’olimpo.

Peccato non abbia potuto vedere coi suoi stessi occhi la sua magnificenza, che raggiunge l’apice diciannove anni dopo la sua morte, nel 1982, quando è la prima poetessa a vincere postumo il Premio Pulitzer per la poesia.

(Stefano_SOPRoxi)