La prima cosa che veniamo a sapere guardando Tredici, la serie tratta dal romanzo di Jay Asher del 2008 per ora accessibile soltanto – purtroppo – agli abbonati a Netflix, è che Hannah non c’è più e non tornerà. Si è suicidata a diciassette anni.

Dal primo istante abbiamo la vittima e abbiamo il carnefice (lei è l’autore materiale, benché non unica colpevole), e sarà proprio lei ad accompagnarci per tredici puntate – più una –, tante quanti sono i lati delle cassette che ha registrato per spiegare le sue «tredici ragioni»; è la voce di Hannah a raccontare tutto, a dipanare il giallo.

Perché non registra dei memo vocali e non li spedisce col telefonino ai diretti interessati, perché ricorre a una tecnologia obsoleta come quella delle audiocassette? Per due motivi, mi pare: prima di tutto perché della tecnologia attuale, quella che la sua generazione maneggia ossessivamente, Hannah è vittima in larga misura. A innescare la sua disgrazia, infatti, è proprio una sua foto, innocente e fraintesa, scattata da un ragazzo col cellulare e diffusa sui social tra tutti i compagni di scuola. Le cassette rappresentano invece qualcosa di più limpido e semplice. E poi richiedono attenzioni speciali, richiedono uno sforzo in più: per ascoltarle ci vuole un walkman, o una vecchia radio-registratore di quelle che forse papà tiene ancora in garage. Hanno bisogno di un tempo e uno spazio non casuali.

Hannah individua tra i suoi amici e compagni di scuola un gruppo di “colpevoli”: sono colpe in alcuni casi apparentemente veniali, in altri casi sono colpe mortali. Si va dai “piccoli tradimenti tra amici” fino a gesti di indiscutibile, tragica, sottovalutata gravità.

 

Hannah, con una disperata violenza velata dal tono quasi neutro e disincantato della voce (“una voce narrante così bella, inaffidabile e crudele”, come dice Giulia Blasi in un suo bell’articolo, mette i suoi ascoltatori di fronte alle proprie (vere, presunte, immaginate, amplificate?) responsabilità; c’è chi ascoltandola si spaventa, chi si rifugia nel diniego, chi è sopraffatto dai sensi di colpa e pensa di imitarla e uscire di scena come ha fatto lei, chi è morso dal dolore di non aver saputo capire e aiutare. Sono fedelmente rappresentate tutte le reazioni tipiche dei sopravvissuti a un suicidio, ma qui sono amplificate e potenziate dall’esplosiva testimonianza lasciata dalla vittima. Sarà tutto vero, quello che dice? Quanto sarà deformato dalla sua sensibilità già ferita, già fatalmente vulnerabile?

Ci sono adulti di buona volontà, ci sono i genitori amorevoli, anch’essi impotenti e smarriti. Ma naturalmente la ragazza resta responsabile del suo gesto; più volte è lei stessa a riconoscere le proprie mancanze, gli errori di valutazione, le debolezze, le inadeguatezze, la tendenza a drammatizzare che alcuni dei sopravvissuti le rimproverano.

Forse l’aspetto meno verosimile della storia, come mi ha fatto notare un amico insegnante, sta nell’escalation delle avversità che si abbattono su Hannah: sarebbe bastato molto meno, spesso purtroppo basta molto meno. È forte e autentica la commozione e la partecipazione al tormento di questi adolescenti, personalità magmatiche alla frenetica ricerca della propria vera forma e di un equilibrio saldo per scavalcare le insidie, creature ancora incapaci di ridimensionare con “adulto cinismo” la potenza e il valore dell’amicizia, dell’amore e del sesso.

Per dirlo ancora con Giulia Blasi, «Se 13 Reasons Why sta avendo successo, se funziona, se è un’opera che riesce a toccare le persone, non è solo per il tema, i personaggi o la storia: è il tema, i personaggi, la storia, com’è narrata, le scelte visive, la fotografia, l’organizzazione del racconto, la crudezza delle scene, la volontà di non sottrarsi all’orrore senza scadere nel grottesco, la capacità di non tradire gli esseri umani di cui si occupa riducendoli a cartoline.»

E no, non sono cartoline, sono personaggi che parlano alla coscienza, che insegnano e mettono in guardia. È vero che nessuno, singolarmente, avrebbe potuto salvare Hannah; ma è anche vero che si può ripensare il proprio atteggiamento verso gli altri, che vale la pena di sforzarsi di avvicinarsi per capire, di tendere la mano. Questo vorrebbe insegnare il racconto di Hannah ai suoi coetanei e agli adulti che erano lì apposta per aiutarla e non l’hanno fatto; questo impara Clay, il ragazzo troppo chiuso ma intelligente e buono che di lei era innamorato e del quale lei non si è sentita all’altezza: ad aprire gli occhi e il cuore, a riconoscere i segnali della depressione, a dire le parole giuste a chi ne ha bisogno, quando ne ha più bisogno. Ecco, questa è una forma di intrattenimento bella e intelligente: ben raccontata, sincera, rispettosa del tema trattato, feconda di discussioni, in fin dei conti quella di Hannah è una storia capace di salvare vite. Non facciamo spallucce davanti a un prodotto televisivo per young adults, prendiamolo sul serio, perché è davvero difficile immaginare qualcosa di più serio.

(Anna_SOPRoxi)