Il lutto è un’esperienza, emotiva, comportamentale e sociale con la quale ognuno prima o poi deve confrontarsi. Possiamo definirlo come una reazione alla perdita di una persona cara, anche se una reazione simile viene sperimentata anche da chi vive altri tipi di perdita, ad esempio di una posizione professionale, di un ruolo nel contesto sociale, ecc. Il lutto è quindi un’esperienza personale che comporta delle reazioni e richiede delle strategie per essere affrontato (strategie di coping).

Sono molti i fattori che possono influenzare la reazione ad una perdita, in particolare la repentinità con cui è avvenuta, la drammaticità dei fatti che l’hanno accompagnata, la profondità del rapporto che si aveva con la persona morta, alcuni tratti di personalità e il credo religioso e/o culturale del luttuato, la disponibilità di una rete relazionale di supporto sulla quale fare riferimento.

Engel, nel suo scritto “is grief a disease?” (“Il lutto è una malattia?”) descrive le caratteristiche di un lutto “normale” (fisiologico) che inizia con una reazione di shock e incredulità, due modi di negare la perdita per proteggersi dalla durezza della realtà. Solo dopo un po’ di tempo le persone in lutto sviluppano la consapevolezza della perdita. Questa fase è caratterizzata da sentimenti negativi e dolorosi, quali possono essere tristezza, colpa, vergogna, impotenza e disperazione; il più delle volte sono presenti anche sintomi che riguardano il corpo (sintomi somatici come la perdita di appetito, problemi col sonno, dolori fisici, compromissione di prestazioni generali).

Il passo finale del processo del lutto è il progressivo recupero del funzionamento normale, fino al ristabilimento di un benessere generale.

Come Engel, anche altri autori hanno descritto le fasi del lutto. Bowlby e successivamente Parkes  hanno parlato di 4 fasi del lutto, lo shock-intorpidimento iniziale, seguito da desiderio-ricerca dell “oggetto” perduto, vi è poi disperazione, e infine la fase della riorganizzazione.

Jacobs descrisse delle fasi simili alle precedenti (intorpidimento, incredulità, angoscia di separazione, depressione, e recupero), che si verificano nei 6 mesi successivi alla morte. Quindi con l’evoluzione del processo del lutto la persona guadagna gradualmente una sorta di accettazione della morte.

Recentemente Maciejewski e colleghi hanno cercato di misurare la frequenza e la durata delle conseguenze del lutto in un campione di persone che avevano perduto per morte “naturale” delle persone care. Hanno considerato degli indicatori del lutto (ovvero incredulità, intenso desiderio di riavere la persona morta, umore depresso, rabbia, accettazione) in 233 persone in lutto. I risultati hanno confermato che l’incredulità è il primo e iniziale indicatore. Questo, che è solitamente il sentimento negativo più comune che segue alla perdita di una persona, diminuisce dopo il primo mese dalla perdita; l’intenso desiderio di riavere la persona morta raggiunge il suo picco tra il terzo e il quarto mese. Il picco dell’altro indicatore, la rabbia, viene raggiunto tra il quarto e il quinto mese e quello della tristezza (umore depresso) entro il sesto mese, e da allora gradatamente si riduce. Nel campione studiato da Maciejewski e collaboratori, l’accettazione della morte era già presente in una parte dei luttuati sin dal secondo mese, e cresceva gradualmente nei mesi successivi.

Questo studio ha confermato quanto già ipotizzato in precedenza, sottolineando come gran parte delle persone in lutto dopo i primi sei mesi dalla perdita riescano a raggiungere un certo grado di accettazione e di equilibrio emotivo. Un prolungamento della sofferenza e della disabilità oltre i sei mesi potrebbe quindi suggerire l’opportunità di un supporto diverso da quello fornito dalla rete relazionale. E’ evidente che questa non può essere una “regola”, proprio perchè ogni essere umano ha una sua storia personale e un suo assetto psicologico e quindi l’opportunità di iniziare un percorso di terapia deve essere valutato con accuratezza. Inoltre, come verrà descritto nei prossimi paragrafi la reazione ad una morte violenta ed improvvisa può avere un’evoluzione diversa nella durata e nell’intensità.