Sono Carlo e il mio unico figlio si è suicidato

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25 Febbraio 2014

REPARTO LAVORAZIONE STAMPI 42/3

Dovevo assolutamente tornare al lavoro il prima possibile altrimenti non ce l’avrei fatta. Se fosse passato ancora qualche giorno in più la cosidetta “fase adrenalinica” si sarebbe esaurita e non so quando e non so dove sarei andato a finire. 

Tornare al lavoro dopo che tuo figlio, il tuo unico figlio,  se ne è andato per sempre, per sua assoluta volontà è già di per se ai limiti della umana sopportabilità; condividere la tua angoscia e il tuo dolore con il controllo numerico “Oerlikon Fb2” è inenarrabile…..Dover per forza trovare la concentrazione per esaudire una stupida macchina che capisce solo cifre e programmi numerici non si addice molto all’intelletto e all’animo umano… E qui entra appunto in ballo il fattore umano.

I primi giorni sono stati quelli che paradossalmente sono passati meglio; era tanta la mia voglia di “vomitare” fuori tutto il mio dolore e, fortunatamente, tanta l’ accoglienza che mi è stata donata, che il tempo è passato con rabbia e disperazione, ma è passato.

Il dopo è quello che appunto desidero narrare in questa piccola storia.

Al lavoro la mia postazione si trova nei pressi della zona di ristoro, dove sono situati i distributori automatici di bevande e di caffè. Ognuno di noi ha il proprio orario abituale per fare la sosta e quasi tutti dopo aver bevuto si fermano da me per scambiare alcune parole. E’ ovvio che il momento della pausa e la sosta per il caffè sono concentrati in alcune fasce orarie; a metà mattinata oppure nel primo pomeriggio, ma al mio rientro al lavoro dopo la morte di mio figlio, notai che c’era un via-vai inconsueto a tutte le ore del giorno.

In poche parole mi accorsi presto che i miei colleghi compagni di lavoro e altre persone dell’azienda, praticamente “turnavano” la loro sosta per poi poter venire a farmi un po di compagnia,  anche fuori dal loro orario abituale. Me ne accorsi quando un giorno, con la coda dell’occhio, vidi un ragazzo che lavorava di fianco a me che nervosamente controllava l’orologio, come se l’ora “x” stesse per scadere, e ad un certo punto andò di persona a sollecitare un collega che (capii dopo) al tale orario doveva andare a prendere il caffè per poi fermarsi un po con me.

Era diventato una sorta di “Truman show”, dove, come Jim Carrey, sapevo alla perfezione come i personaggi intorno a me si sarebbero mossi, a qualsiasi ora della giornata: ore 8.15 Matteo, ore 8.30 Massimiliano, ore 8.45 Flavio, ore 9.00 il caporeparto e così via.

Il tempo è passato e la burrasca emotiva del primo periodo si è placata; nulla cancella un dolore, quello del suicidio di un figlio, che è “inelaborabile” , ma quello che hanno fatto queste persone per me è stato enorme, è stato semplicemente encomiabile e non lo dimenticherò mai.

Carlo

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2 risposte a “Sono Carlo e il mio unico figlio si è suicidato”

  1. Avatar Maria
    Maria

    In questa storia così triste la gentilezza dei colleghi, il loro aiuto dato in modo così umile mi hanno fatto commuovere. Un aiuto dato in modo non ostentato, ma ben organizzato.
    Ma ho apprezzato molto anche l’intelligenza di Carlo, perché non tutte le persone riescono ad apprezzare l’aiuto che nasce dalla compassione per la sofferenza.
    Forse succede quando uno non ha ancora elaborato la rabbia, la scarica rifiutando la solidarietà di chi gli sta intorno.
    Nessuno potrà dare a Carlo ciò che suo figlio non gli può più dare, ma questa terribile esperienza gli ha permesso di capire quanto i suoi colleghi lo stimano e gli vogliono bene.

  2. Avatar mauro Arzenton

    è un vero peccato che ci accorgiamo dell’altro solo in certe situazioni , solo allora lasciamo venire a galla un pò di cuore, forse per la paura , nel caso contrario, di non ritrovarci più tra umani , ancora più distanti, definitivamente persi nello spazio gelido dell’indifferenza,
    quanto dura? non lo so,
    sarà una emersione momentanea o un nuovo tipo di navigazione ?

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