Sono Lucia e mio nipote è morto suicida

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22 Gennaio 2013

Sono la zia di Giorgio, sorella gemella di Renzo, il papà di Giorgio.

Sono zia e non sono madre.

Non ho esperienza di avere un figlio, non ho esperienza di perderlo.

Il suicidio di Giorgio è stata la morte di un nipote fra i nove che ne avevo. La morte di un ragazzo giovane e forte, la morte del figlio di mio fratello, la morte del fratello di suo fratello, altro mio nipote. E’ difficile collocarmi di fronte a questa morte in una posizione.

La parentela non la definisce e forse non la comprende del tutto.

Di quell’evento ho dolore, indicibile.

Un sasso nell’acqua che continua a fare cerchi. Ad ognuno il suo e insieme nello stesso mare di dolore. In questo mio cerchio, in questa lunghissima onda di sofferenza, sono certa di galleggiare, a volte stremata e in apnea, a volte con la riva vicina su cui riposare. E naufraga sono con tutti i miei cari e gli amici e i conoscenti che questa morte ha segnati.

Sono la zia del suicida, sono sorella gemella di suo padre.

Sono, senza avere, senza perdere, sono sorella di chi è rimasto in vita, viva.

Quando Giorgio è morto ho pensato che anche mio fratello sarebbe morto. E questo non lo volevo. Il suo dolore, la sua rabbia, il suo sgomento e delirio, le sue ossessive domande non lasciavano respiro. Sono stata presente. Ho ascoltato tutto. Ho accolto tutto. E ho chiesto aiuto.

Ho saputo da un conoscente che esisteva, nella nostra città, un centro che si occupava delle persone sopravvissute a suicidi. L’ho contattato un mese dopo la morte di Giorgio, per avere aiuto, nella speranza di poter portare con me in quell’ascolto anche mio fratello e sua moglie Daniela.

Ho trovato umanità, ho trovato, a mia volta, ascolto.

Ma mio fratello non voleva saperne. Di preti, psicologi e filosofi (io rientravo in questa ultima categoria, secondo lui) non sapeva che farsene. Si disperava, passava dalla rabbia più incontenibile all’ossessiva ricerca di un colpevole. E annusava il profumo rimasto nelle magliette del figlio… e lo aspettava sulla soglia di un tempo senza futuro. Intanto doveva affrontare insieme alla moglie forte e coraggiosa le conseguenze delle azioni di Giorgio, compreso un dissesto economico di cui non potevano ancora quantificare l’entità e del quale dovevano rispondere. Ero presente ogni giorno, ore ed ore ad ascoltare la sua perdita, perdita di vita.

Di tanto in tanto gli dicevo che io mi facevo aiutare da questo Dottore e che, se volevano, potevano venire con me.

Il giorno del nostro compleanno, esattamente cento giorni dopo la morte di Giorgio, mio fratello, mia cognata, ed io andammo al primo incontro col Dottore. Ci andammo a piedi e andata e ritorno somigliarono al calvario. In mezzo ci fu il ripetersi di ragionamenti e parole che io conoscevo a memoria.

Per me, tuttavia, quello fu un momento di sollievo. Non avrei certo diminuito la presenza e l’ascolto per mio fratello e la sua famiglia, ma non sarei più stata sola. Da lì in poi e per circa un anno qualcuno ci avrebbe offerto ascolto attento e condivisione.

Così è stato quando ho conosciuto Patrizia, mamma di un figlio suicida impiccatosi come Giorgio, e Chiara, la psicoterapeuta sorella di un fratello suicida. Quello fu il nostro gruppo, con la primavera che fioriva a volte inutilmente a volte con un sorriso strappato al pianto. Un appuntamento settimanale che andava e veniva fra le sponde dello scetticismo e della speranza. E la vita dei giorni, i gesti quotidiani di noi sopravvissuti venivano a tavola, semplici come l’acqua, chiamati assurdi, chiamati vuoti, chiamati. . . parlati. Parlati insieme. Riconosciuti a vicenda. Uguali quasi di dolore. Mio fratello continuava a correre sugli argini, maratoneta che sfiancava il corpo per poterlo dimenticare la notte e dormire. Io che lavoravo. Daniela. che risolveva faccende e Patrizia che badava ai nipotini. Il Dottore che accoglieva e incoraggiava, teneva testa alla caparbia rabbia di mio fratello, e la psicoterapeuta che tutti ci accoglieva con dolcezza. Tutta questa umanità ho trovato in quel gruppo, fino all’ultimo incontro. E la gratitudine continua ancora.

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6 risposte a “Sono Lucia e mio nipote è morto suicida”

  1. Avatar Daniela Serafini
    Daniela Serafini

    sono la sorella di Diego, si è impiccato una settimana fa, eravamo 4 fratelli, io e lui , lui io, sempre vicini o almeno così credevo fino al tragico 16 Marzo scorso. Sono costantemente in apnea non so cosa fare pensare dire. I miei genitori, la mamma che lo ha trovato …….

  2. Avatar Elena Campagnoli
    Elena Campagnoli

    Ciao sono Elena, mia mamma si è suicidata un anno fa, buttandosi dalla finestra. Era un lunedì e l’ultima volta che la vidi era venerdì sera a cena. Mi parlava di farla finita e io ero sicura al 100% che non l’avrebbe mai fatto. Le parlavo cercando di farla ragionare, e credevo di riuscirci. Mi chiese se sarei andata ancora a trovarla. Poi passò il weekend, e lunedì mattina mio padre mi chiamò dicendomi che si era buttata. Sono arrivata in tempo per vedere praticamente tutto. E la prima cosa che ho pensato è stato “perchè mi hai fatto questo?perchè mi hai tradito così?”. E’ un anno che mi massacro di cose da fare per non pensare, perchè non pensare ad un dolore così forte è quasi facile. Ora sono esausta. Non parlo mai di mia mamma con mio padre o con mio fratello, ma per me è come se fosse ieri. Mi vergogno a dire in giro come mia mamma è morta, e questa è la cosa che odio di più. Lei era bellissima e vergognarmi di lei e insostenibile. Non so, non so proprio se una cosa così si può mai comprendere o spiegare.

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