Tutto scorre, anche il dolore

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17 Dicembre 2023

Dopo la morte di mio figlio nel gennaio 2020, ho in sostanza dedicato la maggior parte del mio tempo e delle mie energie alla ricerca di informazioni, spiegazioni, risposte, e di condivisione di situazioni simili alla mia.  Ho iniziato sin da subito a leggere qualsiasi cosa sul suicidio, sia testi scientifici sia testimonianze di sopravvissuti al suicidio di un familiare e di sopravvissuti al proprio tentativo di suicidio; ho cercato in rete e preso contatto con molti genitori che stavano vivendo lo stesso mio lutto; ho partecipato con molto interesse a convegni e seminari tenuti da medici psichiatri e esperti di suicidologia. Infine, nella speranza di riuscire a credere a una qualche forma di sopravvivenza dopo la morte, ho approcciato le teorie di fisica quantistica, approfondito esperienze di pre-morte, e sono stata persino sul punto di rivolgermi a medium e sensitivi.

Assurdo per una persona razionale e con i piedi per terra come me, ma non sapevo proprio dove sbattere la testa.

Per tanto tempo (talvolta è ancora così, ma ora lo so, il lavoro del lutto è tutto un avanti e indietro!) sono stata ferma a quel giorno, pensando continuamente a mio figlio e al suo gesto e a cosa si sarebbe potuto fare per evitarlo.

Dovevo capire.

Ho avuto bisogno, e non mi rimprovero per questo, di attraversare fino in fondo questa fase del lutto lunga e logorante: la fase delle domande, dei se, dei perché, dei forse, dei sensi di colpa, dell’incredulità e dell’angoscia. In questa fase ero totalmente focalizzata su mio figlio, sulle sue emozioni, sui suoi pensieri, soprattutto sulla sua assenza che diventava sempre più inaccettabile.

Sopravvivevo con estrema fatica nelle attività, negli affetti e negli impegni quotidiani; e vivevo immersa nel passato, nella vita e nella morte di mio figlio.

Non mi importava niente di me, di come stavo io, di come cercare di stare meglio, davo per scontata e insignificante la mia sofferenza, ero dilaniata dai sensi di colpa, avevo soprattutto un estremo bisogno di raccontare e di scandagliare ogni minimo ricordo alla ricerca di qualche indizio, di un perché, di un senso. Per consolarmi viaggiavo con la fantasia, ripercorrevo quella maledetta giornata e inventavo ogni volta un finale diverso, oppure m’immaginavo che lui sarebbe tornato da un momento all’altro, che era stato solo un incubo, o che mi avrebbe dimostrato in qualche modo di esistere altrove in qualche forma e dimensione eterna…

Questo era dunque il mio stato d’animo quando partecipai a Panta Rhei 2021.

Non avendo mai sperimentato pratiche di meditazione, mindfullness, self-compassion, questo seminario fu tutta una novità. Si rivelò sicuramente un’esperienza positiva e confortante dal punto di vista umano e in certa misura spirituale, ma anche estenuante, a tratti persino fastidiosa, perché sentivo tutto molto lontano dal mio modo di essere, poco in sintonia con i miei bisogni e le mie attese; durante le pratiche mi sentivo confusa e vulnerabile, direi sopraffatta dalle emozioni, dai ricordi, dal mio dolore che veniva amplificato dal dolore degli altri partecipanti. Mi sentivo a mio agio soprattutto nei momenti di confronto e condivisione; avrei voluto fare solo quello a dire la verità, parlare e ascoltare le altre esperienze alla ricerca di punti in comune e di comprensione reciproca. Al termine del seminario tornai a casa sentendomi grata per quell’esperienza, ma anche un po’ confusa e scombussolata. Avevo intuito tuttavia le potenzialità delle pratiche proposte, e nei mesi successivi cercai di ricordare e replicare alcune attività per trovare conforto in certi momenti particolarmente difficili.

Ora, ricevendo la lettera d’invito alla 15a edizione di Panta Rhei, ho sentito improvvisamente dentro di me la voglia di tornare, ho capito di essere pronta a rivivere quell’esperienza e ad affrontare le pratiche serenamente, con disponibilità e fiducia sia nella guida di SOPROXI, sia soprattutto in me stessa.

Questa volta sono giunta al seminario con delle aspettative più chiare, pronta diciamo a far germogliare il seme che avevo ricevuto in dono due anni prima. Soprattutto sapevo cosa non aspettarmi, cosa non è Panta Rhei: non è una dispensa d’informazioni sul fenomeno del suicidio, non s’indagano i comportamenti suicidiari, non si descrivono le fasi dell’elaborazione del lutto, non si forniscono numeri, statistiche, schemi. Non si raccontano i dettagli della propria esperienza, non ci si sofferma sui ricordi e sui rimorsi, non si fanno domande e non si cercano risposte. Niente di tutto ciò, ovvero niente di tutto quello che avevo già sperimentato negli ultimi tre anni e che sicuramente aveva già risposto in parte ai miei bisogni.

Arrivata a Panta Rhei, mi sono sentita subito a mio agio nel bellissimo ex monastero di Monteortone immerso nel verde e nella pace che due anni fa mi era sembrato un po’ tetro e triste; ho trovato molto positivo il fatto che fossimo un piccolo gruppo di partecipanti; ho apprezzato di nuovo la professionalità, l’umanità e la delicatezza del team di SOPROXI, che saluto con affetto e gratitudine; ho trovato rilassanti la pratica di yoga la mattina al risveglio e la passeggiata in silenzio nel bosco, e anche i pasti semplici, condivisi insieme nella saletta tranquilla, con la possibilità di chiacchierare con calma e anche di fare qualche risata! Questa volta ho affrontato le pratiche con disponibilità e fiducia, ho cercato di seguire le istruzioni che ci venivano date e soprattutto di essere gentile e paziente con me stessa, anche quando la concentrazione veniva meno oppure non sentivo un’attività “nelle mie corde”. Via via che le pratiche si susseguivano, ho sentito crescere la consapevolezza e la connessione fra le mie emozioni, il mio corpo, i miei sensi.

Mi sono anche resa conto, e questo è un pregio prezioso che differenzia lo spirito di questa esperienza da tutte le altre esperienze nell’ambito del lutto che ho vissuto, che le pratiche sperimentate, una volta apprese e interiorizzate, possono essere utilizzate da chiunque, in qualunque fase della vita, per affrontare con più equilibrio qualsiasi tipo di trauma o crisi, o anche semplicemente per stare bene con se stessi, anche quando va tutto bene! E’ un’auto-cura intima e affettuosa che ho intenzione di mettere in pratica nella mia quotidianità, un modo per stare meglio con me stessa, e di conseguenza con le altre persone e con le situazioni imprevedibili che incontrerò.

Riassumerei lo spirito di Panta Rhei in alcune parole che Paolo ci ha ripetuto più volte durante le due giornate insieme: respiro, presente, silenzio, gentilezza, perdono, ascolto, conforto, cura, com-passione. Al centro di tutto, e questa per me è stata la svolta sorprendente, c’eravamo noi come gruppo ma soprattutto ognuno di noi come singola persona, lì, in quel momento, connessi l’uno agli altri e a noi stessi. Ho potuto finalmente dare a me stessa attenzione e cura: mettere la mano sul mio cuore, non su quello immaginario di mio figlio; ascoltare le mie emozioni di quel momento, non quelle di mio figlio; accarezzare il mio viso, non il suo. Lui, Elia, è stato sempre lì con me, certo (non ci separiamo mai!), era accanto a me, dentro di me, non io dentro di lui, io ero presente a me stessa. Sono stata gentile e indulgente con le mie reazioni, i miei pensieri, le mie paure, i miei sbagli, le mie lacrime. Il dolore dei miei compagni non mi ha fatto paura, l’ho accolto con rispetto e affetto, mi è sembrato che tutta la nostra sofferenza, immensa, si spezzettasse come le tessere di un enorme puzzle, raccolte e ricomposte poi da tutti noi insieme in una forma diversa, un poco più dolce, un poco più leggera. Durante una delle ultime pratiche mi sono anche sentita improvvisamente orgogliosa dei miei sforzi, del lavoro faticoso e doloroso macinato con coraggio in questi quasi quattro anni della mia nuova vita, orgogliosa di essere arrivata fino a qua, con la voglia di vivere e di amare. Mi sono presa cura di me, mi sono concessa amore: lo stesso amore che do e che ricevo, soprattutto da quando mio figlio se n’è andato, da tutte le persone care, dalla natura tutta, dalla vita buona e generosa che nonostante tutto si rivela prepotentemente ogni giorno attorno a me.

Un cammino per riconoscere e accogliere il vero senso della vita: l’amore.

Milena

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