Quando il sopravvissuto è un giovane

Nei bambini e/o nei giovani che hanno perso un amico o un parente per suicidio le conseguenze possono essere molto dolorose. Fra i bambini sopravvissuti si possono riscontrare tassi più elevati di depressione, di disturbo post-traumatico e di disadattamento sociale; ciò si osserva fino ad un anno dopo la morte, in particolare nei fratelli adolescenti o nei coetanei di un suicida. I sintomi descritti sono stanchezza, alterazioni del sonno, dell’appetito e del peso corporeo, agitazione, problemi di concentrazione, pensieri di morte e di colpa.

Il suicidio di un genitore è un’esperienza traumatica e dolorosa per un bambino. Subito dopo la tragedia i ragazzi manifestano dei livelli di ansia particolarmente elevati, dopo i primi mesi è frequente la rabbia e successivamente la vergogna. Fortunatamente anche nei ragazzi la perdita di una persona cara per suicidio è comunque un’esperienza soggettiva, e non necessariamente evolve in modo più problematico rispetto ad altri tipi di lutto. Alcuni studi infatti non hanno evidenziato differenze significative tra bambini che avevano perso i loro genitori a causa di suicidio rispetto a bambini che avevano perso i genitori per altre cause di morte .

La risposta di un ragazzo alla morte varia in base all’età, ed è influenzata dal suo sviluppo cognitivo. Da questo dipende la piena comprensione del concetto di morte e di quello che gli sta accadendo attorno. Solitamente questo avviene a partire dai 9 anni, quando il bambino raggiunge uno stadio operativo concreto (tra i 7 e i 12 anni), e acquisisce i concetti di “universalità” e “irreversibilità”.

In tutte le fasi del lutto è importante che il bambino comprenda appieno quello che è successo una comunicazione efficace è fondamentale perché i bambini possano sentirsi sostenuti e sicuri che qualcuno si prenderà cura di loro. E’ importante parlare in modo realistico della morte e delle sue circostanze, utilizzando senza equivoci la parola “suicidio”, per evitare irrealistiche e magiche aspettative di un possibile ritorno del defunto, e allo stesso tempo attenuando il senso di stigmatizzazione legato al suicidio. Una comunicazione efficace e diretta permette ai bambini di esprimere e condividere le proprie emozioni.

La sofferenza di un giovane in seguito al suicidio di un adulto, in particolare quando questi è un genitore, rappresenta una delle problematiche più sentite da parte del genitore che resta. Aiutare un ragazzo che ha vissuto quest’esperienza non è affatto semplice, ancor meno di quanto lo sia per qualsiasi altra persona.

Nella pagina “come superare il lutto” troverete una sezione dedicata a chi – genitore, insegnate o altra figura di riferimento – ha il compito di aiutare un bambino ad affrontare l’esperienza del suicidio di un familiare, o di un coetaneo o di una persona conosciuta o famosa. Infatti, anche la diffusione sui mass media di notizie su il suicidio di un personaggio noto può turbare il bambino e può suscitare in lui dubbi e domande che è opportuno affrontare e discutere.

Suicidio di un coetaneo in adolescenza

La probabilità che un adolescente si trovi a vivere il trauma per il suicidio di un coetaneo non è affatto infrequente, considerando l’attuale rischio di suicidio in adolescenza.

Gli studi che hanno cercato di valutare le conseguenze del suicidio in adolescenti hanno evidenziato che il rischio di sviluppare una depressione maggiore nel primo mese dopo il suicidio è di 28 volte superiore, soprattutto se l’ultimo contatto con il suicida si era verificato nelle 24 ore precedenti la morte. Un problema che i giovani devono affrontare è la difficoltà a parlare del suicidio, a condividere le emozioni e i sentimenti con gli altri, in particolare con i membri della famiglia. La qualità della comunicazione è infatti fondamentale per la presa di consapevolezza del ragazzo, e per la gestione delle proprie emozioni e quindi per l’evoluzione del lutto.

E’ dunque importante che il ragazzo comprenda appieno quello che è successo e, quindi, una comunicazione efficace è necessaria perché i ragazzi possano sentirsi abbastanza sostenuti ed essere sicuri che  qualcuno si prenderà cura di loro. Anche in questo caso è importante una comunicazione realistica circa la morte e le sue circostanze, facendo direttamente uso della parola “suicidio”, per evitare irrealistiche aspettative magiche di un ritorno. 

Suicidio di un figlio adolescente

Il suicidio di un figlio adolescente è un evento catastrofico per i genitori che si sentono profondamente inadeguati per non aver saputo prevedere e prevenire la morte. Anche a distanza di tempo continuano a sentirsi in colpa e arrabbiati e ad interrogarsi sulle ragioni del suicidio. Come conseguenza dell’impotenza e del senso di fallimento spesso abbandonano ogni attività sociale, con conseguente  e crescente isolamento.

La difficoltà nella relazione così frequente con i figli adolescenti contribuisce ad accentuare i vissuti di colpa da parte dei genitori.

Il suicidio di un anziano

Gli anziani che si suicidano sono spesso vedovi, o vivono soli, con i figli che vivono lontano. In questi casi, i sopravvissuti più coinvolti saranno intimi amici o vicini di casa. Sono molto poche le ricerche che si siano occupate della reazione al suicidio di una persona anziana. Tuttavia, tali sopravvissuti manifestano in maniera particolarmente intensa vergogna, sensazione di essere rifiutati e “stigmatizzazione”’. Il coniuge anziano di un suicida manifesta una reazione al lutto particolarmente intensa e prolungata.

Rischio di suicidio

I sopravvissuti ad un suicidio, siano essi familiari, parenti o giovani amici di adolescenti suicidi sono a loro volta più a rischio di suicidio, ovvero di manifestare ideazione suicidaria, di pianificare o tentare il suicidio. Nelle famiglie che hanno sperimentato un suicidio, infatti, il rischio di suicidio è due volte più elevato. La causa di questo aumento del rischio è da imputare a meccanismi culturali, di imitazione e modellamento.
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