Il lutto per un suicidio influenza il modo di stare con gli altri, e ne è a sua volta influenzato. Il sistema familiare in particolare subisce un forte impatto. I diversi membri di una famiglia possono affrontare il suicidio in modo diverso e questo può essere fonte di incomprensioni o conflitti. Come vedremo nel successivo paragrafo, nelle famiglie in cui qualcuno si sia suicidato, il rischio che tale evento si ripeta è due volte più elevato che nelle famiglie dove non è mai avvenuto un suicidio. Per spiegare ciò dovremo appellarci alla genetica, alle influenze dell’ambiente ma anche alla cultura della famiglia.

Dopo il suicidio, i familiari del defunto riducono drasticamente i contatti sociali, sia con gli altri componenti del nucleo familiare che con la rete relazionale nel suo complesso; tale riduzione dei contatti sociali è la conseguenza di un isolamento che il sopravvissuto si impone, e solo in parte subisce da parte degli altri.

A tutt’oggi, il suicidio è un comportamento fortemente stigmatizzato. Il termine stigma (dal greco) fa riferimento ad un “segno” o un “marchio”, un attributo dispregiativo. Il problema dello stigma nasce nel contesto sociale e relazionale; una condizione, comportamento, malattia può essere influenzato da forme diverse di pregiudizio, che offuscano e sviliscono non solo le persone che ne sono interessate, ma anche il gruppo sociale di appartenenza. L’individuo stigmatizzato presuppone che la propria diversità sia già conosciuta, o a prima vista evidente (concetto di individuo “screditato”), ma nello stesso tempo che non sia conosciuta dai presenti né immediatamente percepibile (concetto di “screditabilità”).

La stigmatizzazione del suicidio ha radici storiche e culturali; in passato la condanna e la “colpevolizzazione” del suicida e dei suoi familiari era esplicita e si accompagnava alla progressiva emarginazione di questi ultimi. I familiari sopravvissuti al suicidio erano spesso puniti direttamente come complici del “crimine” (così come veniva considerato il suicidio); erano costretti alla confisca dei beni e delle proprietà. In Inghilterra già durante il diciottesimo secolo l’approccio al suicidio cambiò, pratiche come la confisca automatica dei beni da parte della Corona e la profanazione del cadavere del suicida furono abolite, ma furono in qualche modo rimpiazzate dalle crudeli indagini sulla causa di morte. Tuttavia, i nuovi decreti non esentarono i sopravvissuti dallo stigma del suicidio o dalle superstizioni e pregiudizi associati alla pazzia.  Nell’epoca Vittoriana della rispettabilità si era fatto strada un nuovo tipo di marchio sociale per il sopravvissuto al suicidio; sebbene il suicidio non fosse più punito direttamente, questo gesto segnava indelebilmente il nome della famiglia, riducendo il valore delle proprietà, e compromettendo la reputazione dei sopravvissuti.

Anche la chiesa ha contribuito alla stigmatizzazione del suicidio, negando a lungo ai suicidi la sepoltura all’interno dei cimiteri.

La reazione più comune dei familiari a tali pratiche aberranti era di nascondere il suicidio, anche ai figli e ai parenti, organizzando in fretta i funerali. Il suicidio diventava così il segreto di famiglia, il pettegolezzo dei vicini, e una fonte di biasimo pubblico. I sopravvissuti restavano quindi prigionieri del loro segreto, intrappolati dai loro stessi sentimenti di dolore, perdita e rabbia.

Nonostante il suicidio in occidente sia stato derubricato come crimine, è ancora presente una cultura dell’ambivalenza che si manifesta con comportamenti più o meno apertamente stigmatizzanti. Vestigia delle discriminazioni del passato si possono ancora ritrovare ad esempio in alcuni contratti assicurativi che non prevedono il rimborso in caso di morte per suicidio.

Negli ultimi decenni sono state intraprese delle ricerche che hanno confermato come la stigmatizzazione e l’evitamento siano comportamenti comuni ai sopravvissuti al suicidio, che hanno pesanti conseguenze sulla possibilità che questi chiedano aiuto e conforto per la loro sofferenza.

Accade spesso infatti che  i sopravvissuti rifiutino il sostegno offerto, probabilmente per vergogna; in particolare si sentono trattati in modo diverso (auto-stigmatizzazione),  e spesso fuggono proprio dalla compassione. Nasce così un circolo vizioso: i sopravvissuti provano una sensazione di vergogna e  questo comporta un maggiore isolamento che incrementa la stigmatizzazione.

Molti autori concordano nel distinguere tre tipiche azioni che seguono ad un suicidio (sia all’interno della famiglia che all’interno della comunità):
  • lo sviluppo della colpa;
  • il bisogno di mantenere il segreto sul suicidio (in particolare coi  bambini e con persone esterne alla famiglia);
  • l’isolamento sociale.
La colpa nasce dal carattere confuso e inspiegabile della morte per suicidio, che lascia mille interrogativi. L’atteggiamento però di mantenere segreta la causa della morte può avere effetti deleteri sulla famiglia, in particolare sui livelli di comunicazione e sullo sviluppo psicologico di tutti i membri, soprattutto i bambini.

Una famiglia che vive un suicidio, inoltre, si trova a dover affrontare una serie di incombenze inevitabili, dagli interrogatori della polizia a eventuali processi legali e a volte anche vere e proprie intrusioni da parte dei media.

La reazione della famiglia dipende anche dalla relazione che vi era con la persona suicida. Il funzionamento della famiglia risulta profondamente compromesso in seguito al suicidio di un figlio; sovente si osserva una riduzione della coesione e dell’adattamento, che sono le basi per un buon funzionamento familiare. La coesione è il “deposito emozionale” che i membri della famiglia condividono tra di loro, mentre l’adattamento è “l’abilità di un sistema familiare o di coppia di cambiare le strutture di potere, i ruoli nelle relazioni, e le regole per rispondere ad uno stress situazionale, o per evolversi/progredire” (Olson et al, 1983). Dopo una morte improvvisa di un figlio la famiglia riscontra molte difficoltà a modificare il proprio funzionamento in modo utile e funzionale per poter riacquisire un nuovo equilibrio.
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