Monsieur Lazhar

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Cosa succede se una maestra amata si impicca nell’aula in cui insegnava? Quante e quali ferite lascia nei suoi scolari, nei suoi colleghi?

Ce lo racconta il canadese Philippe Falardeau, con semplicità e profondità, in questo suo film del 2012 tratto da una pièce teatrale di Évelyne de la Chenelière.
Per la direttrice è difficile trovare un sostituto della maestra Martine, e quando le si presenta l’algerino Bashir Lazhar, un tantino enigmatico ma bene educato e dai modi dolci e gentili, lo accoglie con – seppur cauto – sollievo. Bashir significa “portatore di buone notizie” e Lazhar significa “fortuna”: così lo strano insegnante si presenta alla classe. Non sembra essere molto aggiornato sui metodi di insegnamento e sulla “Guida dei diritti e doveri degli allievi”, cambia la disposizione dei banchi, assegna dettati troppo complicati e commette addirittura il peccato mortale di assestare un leggero scappellotto a un ragazzino insolente (vige infatti la norma, per evitare il benché minimo sospetto di molestie, di non sfiorare mai con un dito gli allievi, fosse pure per insegnar loro a saltare la cavallina nell’ora di ginnastica: espressione di una political correctness che nelle – troppo? – evolute società occidentali di oggi arriva a sfiorare il parossismo).

Lazhar, nonostante i suoi metodi apparentemente antiquati, è candido e amorevole e non tarda a conquistarsi il cuore dei bambini. Ce ne sono due in particolare, Alice e Simon, sconvolti più degli altri dalla fine della maestra. Alice vorrebbe condividere ciò che sente e pensa, e in un tema si esprime sul suicidio di Martine, interrogandosi; si chiede se la maestra abbia voluto trasmettere un messaggio violento e conclude che lei, al contrario degli alunni, “non può essere messa in castigo perché lei è morta”.

Bashir vorrebbe accogliere gli sfoghi dei bambini, permettere loro di parlare del suicidio e riflettere sul concetto di morte, lasciarli esprimere dolore ed elaborare insieme il lutto comune. Ma per la scuola “la cosa più importante è mantenere la calma” ed “evitare scossoni” e anche l’elaborazione del lutto complicato deve avvenire in un contesto il più possibile asettico e irregimentato: parliamone, certo, ma soltanto con la psicologa, e non in presenza del maestro.
Lazhar è libero da questi tabù, forse anche a causa del lutto gravissimo da cui lui stesso è stato colpito: ha perduto moglie e figli, vittime di un attentato. E anche sua figlia è, almeno tecnicamente, una suicida: si è gettata dalla finestra per scampare alle fiamme che incendiavano la casa. Per questo egli mostra un’amara insofferenza di fronte alla delicatezza esagerata con cui viene trattata la figura di Martine, a discapito del bisogno impellente che i bambini hanno di comunicare: Simon è afflitto da un senso di colpa devastante, convinto addirittura di aver provocato il suicidio della maestra. Ha una sua fotografia e le ha disegnato ali d’angelo e un cappio al collo; un’insegnante, vedendola, commenta: “Questo non è normale” e Bashir obietta: “E a lei sembra normale impiccarsi in classe?” Bashir non dimentica, come gli altri adulti sembrano fare, che i bambini sono vittime del gesto di Martine. Lei non patisce castighi, come osserva Alice nel suo tema, ma loro sì, perché loro sono vivi. E lui, come dice con gratitudine la madre di Alice, è diventato per i bambini un solido porto. Proprio lui, con le sue inadeguatezze, il suo lutto e la precarietà della sua situazione di immigrato (su cui non mi dilungo, mi limito a dire che vi riserverà una sorpresa).

Il singolare insegnante sarà presto costretto a lasciare l’incarico e dice addio alla classe con una fiaba da lui stesso composta: L’albero e la crisalide.

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