Tradotto vivo! Mezzo secolo di terrore con Bruno Tasso

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Oggi vi parliamo di un grande traduttore, un uomo le cui parole avrete probabilmente letto almeno una volta senza saperlo, poiché ha tradotto una quantità di opere davvero sterminata, che a leggere solo qualche titolo già vi mancherà il fiato: Bruno Tasso.

Sulla sua figura vale certamente la pena di fare un po’ di luce, e lo facciamo con le parole di Giuseppe Lippi, lui pure traduttore, scrittore, giornalista ed esperto di fantascienza (è il curatore di Urania) e letteratura fantastica con una lunga esperienza in campo editoriale. L’articolo che segue è stato scritto per il numero 50 della rivista Robot.

La storia di Tasso si intreccia a quella di Luciano Bianciardi, e i finali, ambedue tragici, non sono molto dissimili. Ma oggi la luce è puntata su Bruno Tasso, Cavaliere Invisibile come tutti i traduttori, a cui ci preme restituire tanta gratitudine e anche un po’ di affetto.

Ringraziamo Giuseppe Lippi per il prezioso contributo e lasciamo a lui la parola:

Italia 1960: per qualche strana ragione, nell’anno del centenario dell’Unità nazionale tutti gli editori vogliono pubblicare libri sui vampiri. E non solo i vampiri, ma fantasmi, demoni e streghe. Forse è per il grande successo del film Dracula di Terence Fisher con Christopher Lee (1958), ma sta di fatto che nel giro di un anno e mezzo Longanesi ritraduce Bram Stoker, Sugar esce con Il vampiro e Un secolo di terrore, Feltrinelli con I vampiri tra noi, Einaudi con Storie di fantasmi. E’ un’epidemia di proporzioni ragguardevoli. Se torniamo al momento magico in cui il fantastico è stato introdotto sul nostro mercato nel dopoguerra, questi sono i libri d’oro. Qualcuno potrebbe affermare che in realtà si tratta di una “re-introduzione”, giacché negli anni Quaranta, e anche prima, un’editoria del fantastico letterario c’era stata: ma mai così ricca di offerte né consapevole di definire un genere autonomo.

Negli anni Cinquanta, gli unici esempi di letteratura fantastica che venissero tradotti erano stati i classici (Poe, Maupassant, Hoffmann, Gautier, Nérval, Gogol) e i racconti apparsi su “Urania”, “Fantascienza Garzanti” e le altre collane, rigorosamente da edicola, dedicate soprattutto alla science fiction.  Poi un giorno – o una notte – è arrivato il signor Bruno Tasso, prolifico traduttore letterario e collaboratore delle maggiori case editrici,  con la sua antologia precorritrice Un secolo di terrore, pubblicata da Sugar nel marzo 1960. E’ un successo immediato – nel luglio appare la seconda edizione – e la rottura di un tabù; è l’inizio di un rivolo, da allora inarrestabile, di compilazioni diaboliche il cui obbiettivo era inquietare i sonni dei lettori discernenti o degli adolescenti con “viz” letterario, i futuri lettori forti.

A parte il fatto di essere la prima raccola nel suo genere, quali sono i meriti di Un secolo di terrore? Innanzi tutto l’avere organizzato il materiale in ordine tcronologico e aver stabilito che il terror tale, come ogni genere artistico, andava esaminato nella sua evoluzione. Il libro, organicamente diviso in quattro parti, prende il via dai “Precursori” (tutti ottocenteschi: Le Fanu, Stoker e Stevenson) e continua con i “Classici” (H.G. Wells, M.R. James, Algernon Blackwood, W.W. Jacobs, F. Marion Crawford e H.P. Lovecraft: vale a dire gli ultimi vittoriani, qualche edoardiano e un americano). A questo punto “il terrore scende nelle strade” e invade gli ambienti caratteristici della contemporaneità, in storie prevalentemente americane di Thomas Burke, Ben Hecht, Cornell Woolrich e Barry Perowne. Non più lampioni a gas e nebbie mefitiche, ma sordidi vicoli, metropoli convulse, rotocalchi e delitti; si sente ormai l’influsso del cinema. L’ultima sezione, “La metafisica del terrore”, contiene un gruppo di storie per l’epoca modernissime e non tanto metafisiche quanto beffarde: non a caso gli autori sono Roald Dahl e Stanley Ellin – due autentici umoristi neri – affiancati dal poeta inglese Conrad Aiken (padre di Joan Aiken) e Charles Criswell. Il volume è arricchito da un’introduzione del Tasso, che ne è anche traduttore, e caratterizzato da alcune interessanti esclusioni: giacché nelle antologie, a volte, le cose che non ci sono hanno la stessa importanza dei brani inclusi. Benissimo aver resistito alla tentazione di presentare qualcuno dei vecchi autori gotici, da Walpole ad Anne Radcliffe, che in fondo sono un’altra cosa (e che sono famosi soprattutto per le loro opere lunghe, benché Walpole sia anche autore di short); vitale l’essersi tenuti alla larga da Poe, arcinoto e accessibile; encomiabile l’aver evitato premature scorribande nei pulp magazine, se non per isolarvi qualche autore di sicura garanzia letteraria (Woolrich, Ben Hecht). Sul versante inclusivo, infine, non si può non ricordare che Un secolo di terrore è l’antologia in cui alcuni maestri – da Le Fanu a M.R. James, da W.W. Jacobs a H.P. Lovecraft  – sono stati tradotti per la prima volta in assoluto o per la prima volta come rappresentanti di una ben individuata tradizione.

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Un secolo di terrore offriva al lettore curioso e ormai sprovincializzato – categoria sempre latitante nel nostro paese, ma non inesistente – un’ottima raccolta ragionata del fantastico, e ancora oggi costituisce un eccellente repertorio. La rigida copertina in tela blu, i risguardi su cui è impressa un’incisione dell’Urlo di Munch, l’agevole composizione, fanno di questo libro un vademecum perenne. Né è l’unica avventura del suo autore negli enfer della narrativa, perché l’anno dopo (giugno 1961) Tasso ritorna, presso lo stesso editore, con Incontri con Satana, volume consacrato alla letteratura diabolica. Nell’aprile 1960, intanto, Ornella Volta è uscita da Feltrinelli con I vampiri tra noi, mentre in novembre Carlo Fruttero e Franco Lucentini hanno pubblicato per Einaudi Storie di fantasmi, una raccolta che segue gli stessi criteri di Un secolo di terrore e presenta in buona parte gli stessi autori, ad eccezione dei più moderni: vi torneremo nelle prossime puntate, mentre qui basta ricordare che ormai, con tre buone antologie a loro disposizione e una quarta in arrivo nel 1961, gli appassionati del fantastico hanno ormai di che dormire inquieti.

Incontri con Satana verrà partorito ancora una volta dalla fucina Sugar, il cui editore, Massimo Pini, sembra voler precorrere i fermenti del nuovo decennio con una serie di volumi dedicati a temi esoterici: il racconto del terrore, il diavolo, il cinema horror (vedi gli stupendi volumi illustrati di Ornella Volta, Il vampiro e Frankenstein & Company, pubblicati nello stesso periodo). Se si mettono da parte i due racconti di Charles Dickens e Robert Louis Stevenson, negli Incontri con Satana predominano gli scrittori del fantastico moderno: gli americani Stephen Vincent Benet, John Collier e Robert Arthur (che ghost–editava le antologie “di Hitchcock”) e sul versante britannico E.C. Bentley, Lord Dunsany e Max Beerbohm, il cui “Enoch Soames” è uno dei capolavori dell’umorismo crudele. Come in Un secolo di terrore, Tasso sceglie, compila e traduce: perché in fondo è questo il suo demone e questa la sua specialità. Per vivere deve tradurre, e chi consulti un qualsiasi ampio repertorio bibliografico, dal sito di Maremagnum.com al fondamentale Catalogo online di Ernesto Vegetti, scoprirà che Tasso ha cominciato almeno nel 1943, quando per le Edizioni Alfa di Milano è apparsa la sua versione di Typee di Herman Melville.

All’epoca il giovane traduttore ha poco meno di trent’anni: è nato infatti a Milano, “nella casa posta in piazza Castello 24, il 16 maggio 1914 alle ore nove e minuti trenta”, come recitano gli atti. Laureato, secondo la testimonianza dell’editore Livio Garzanti, in farmacia, sposa nel 1947 Elda Ceci, dalla quale avrà una figlia. Appassionato di letteratura inglese e americana, anziché il farmacista farà il traduttore/consulente per numerosi editori. Dalla sua macchina per scrivere escono un profluvio di classici e alcuni dei più importanti libri moderni: nel 1947 la “Medusa” di Mondadori pubblica La fattoria degli animali di George Orwell nella sua versione. Sempre nel 1947 esce uno dei primi libri gialli e ameni che egli tradurrà per tutta la vita, parallelamente ai classici: L’avventura del dott. Palfrey di John Creasey (nel «Romanzo per tutti» del Corriere della sera). Nel 1949 Tasso comincia a tradurre Truman Capote, un autore che lo accompagnerà per gran parte della sua carriera: Altre voci, altre stanze esce per Garzanti. Nel 1950 si dedica alla Lettera scarlatta di Hawthorne (BUR) e sempre per la collana rizzoliana traduce, nel 1951, Tempi difficili di Dickens e Il segno rosso del coraggio di Stephen Crane, mentre nel ’52 consegna Frankenstein di Mary Shelley e Le isole incantate di Herman Melville.

Nel corso del decennio collabora con la «Serie Gialla Garzanti» e firma la versione italiana di alcuni capisaldi del noir, tra cui la serie completa dei primi romanzi di Mickey Spillane, a cominciare da Ti ucciderò («Serie Gialla» n. 2). Nel 1953 lo stesso editore gli affida la versione italiana dell’Arpa d’erba di Truman Capote, autore di cui Tasso tradurrà anche i racconti (oggi nell’edizione Mondadori dei «Meridiani»). Nel 1954 prosegue con Capote – Colore locale, un’opera autobiografica – e quindi mette mano alla Storia dell’industria americana di James Walker Blaine, poi a Letteratura nordamericana di Jacques-Fernand Cahen (tutti per Garzanti). Nel 1957-58 pubblica due grandi successi della letteratura contemporanea: Focus di Arthur Miller (Sugar) e Il nudo e il morto di Norman Mailer (Garzanti), da cui Raoul Walsh trarrà quello stesso anno un film di successo.

Nel 1959 Feltrinelli gli commissiona una parte dei racconti dell’antologia hitchcockiana 25 racconti del terrore vietati alla TV, ed è forse nella casa editrice di via Andegari che Bruno Tasso incontra Luciano Bianciardi, traduttore indefesso oltre che futuro, geniale romanziere: fra i due nasce una schietta amicizia professionale. Sempre nel 1959, un’annata memorabile, Tasso traduce Il giro di vite di Henry James (BUR), la più celebre pseudostoria di fantasmi della letteratura moderna, e due libri di Nevil Shute: Le due frontiere e L’ultima spiaggia (Sugar), il famoso romanzo sulla guerra atomica da cui è stato tratto il film omonimo.

Ma per i lettori di thriller il 1959 è l’anno di Psycho, che di lì a poco invaderà le sale cinematografiche nella versione di Alfred Hitchcock. Bruno Tasso crea la versione italiana del romanzo di Robert Bloch, che nella prima edizione («Serie Gialla» n. 161) si intitola Il passato che urla. In seguito è sempre stato ristampato come Psyco o Psycho e a tal proposito c’è un aneddoto da raccontare. Quando Oreste Del Buono fece ripubblicare il romanzo nel 1982, in un volume che conteneva anche il tardivo sequel Psycho 2, mi chiese di tradurre il nuovo testo e di curare la riedizione del vecchio. Così il bel volume, che si avvale di un’agghiacciante illustrazione di Giuseppe Festino, racchiude tra le sue copertine la mia unica, ideale “collaborazione” con Bruno Tasso il grande precursore.

Dopo L’uomo dell’amore di Thomas Gwyn, tradotto per Feltrinelli nel 1960, Tasso si concede una parentesi vampiresca con “Il conte Magnus” di Montague Rhodes James (che traduce lo stesso anno, sempre per Feltrinelli, e che apparirà nell’antologia a cura di Ornella Volta I vampiri tra noi, arrivata in libreria un mese dopo Un secolo di terrore). Nel 1961 pubblica i già ricordati Incontri con Satana per Sugar (giugno) e, per Garzanti, la bellissima antologia dell’Umorismo nero (ottobre ’61), un piccolo capolavoro di arte editoriale che precede di quasi un decennio la prima edizione italiana dell’omonima antologia di André Breton. Umorismo nero promette cose brillanti al solo vederlo: il dorso della sovraccoperta è ornata da un disegno di Sempé, la legatura è in pelle, la carta uso mano. Come le altre antologie dell’umorismo garzantiane (Umoristi dell’Ottocento e Umoristi del Novecento), anche quella del “nero” è riccamente illustrata con grafiche, disegni e dipinti che spaziano in un secolo e più di genialità visionaria. La prefazione è di Pietro Bianchi, i testi sono un vademecum del racconto moderno, con numerosi tocchi di giallo, fantastico e dell’inclassificabile. Damon Runyon, Charles Criswell, Gerald Kersh e L.P. Hartley tengono compagnia a Craig Rice, John Wyndham, Stanley Ellin e Truman Capote. E tornano gli autori nerissimi che Tasso aveva già scoperto e valorizzato in passato: Fredric Brown, Michael Joseph, Roald Dahl…

L’anno successivo, 1962, il nostro compila per Sugar la quarta celebre antologia: Il breviario del crimine, ottocentoventitré pagine di racconti dei maestri del giallo. Anche qui il criterio è cronologico e riserva qualche sorpresa: il poliziotto popolare Nick Carter, preso di peso dai dime novel e dai primi pulp magazine (la generazione di Tasso l’avrà scoperto sulle dispense pubblicate da Nerbini) arriva subito dopo il cavalier Dupin di E. A. Poe e prima di Sherlock Holmes; quindi seguono la Macchina pensante di Jacques Futrelle, il padre Brown di Chesterton, lo Hanaud di E.A.W. Mason, lo zio Abner di Melville Davisson Post e tutti gli altri classici della detection, con Sam Spade di Dashiell Hammett a rappresentare la scuola americana dei violenti. Si continua con Poirot, il commissario Maigret, Ellery Queen di Ellery Queen , Nero Wolfe di Rex Stout, Perry Mason di Erle Stanley Gardner e John J. Malone di Craig Rice, tutti tradotti o ritradotti da Bruno Tasso. L’enorme raccolta si conclude con i delitti raffinati e britannici di Edmund Crispin e Roy Vickers, il cui “Reparto pratiche archiviate” è chiamato a far luce sui casi di omicidio rimasti insoluti per anni.

Qualche mese prima Oreste Del Buono aveva pubblicato una sceltissima antologia della letteratura poliziesca presso Sansoni (I paladini del brivido): ma quella di Tasso, con accurate note biografiche per ogni autore, il doppio del materiale tradotto e in assenza d’imbarazzanti estratti da romanzi più lunghi, è, al confronto, una vera e propria storia del poliziesco in un solo volume. E’ anche il suo ultimo libro.

Continuano le traduzioni. Sempre nel 1962  Tasso consegna a De Agostini La via di Stanley di Thomas Sterling, sul famoso viaggiatore nell’Africa centrale, e a Garzanti La primavera romana della signora Stone di Tennessee Williams. Verso la metà dell’anno intraprende una nuova collaborazione con Gino Sansoni, il marito di Angela Giussani. Nell’anno in cui esordisce Diabolik, scritto e pubblicato dalla signora Giussani, il consorte lancia nelle edicole «I racconti del terrore», serio tentativo di rivista del soprannaturale in cui Bruno Tasso ricicla le proprie traduzioni di Bram Stoker, R.L. Stevenson, F.M. Crawford eccetera, già apparse a suo tempo in Un secolo di terrore. Per non dare l’impressione di essere una collana troppo letteraria, «I racconti del terrore» cambiano i titoli delle storie: “La casa del giudice” diventa “Uno spettro ti impiccherà”, “La cuccetta superiore” si trasforma in “Un fantasma in alto mare” eccetera. Altre ristampe faranno in tempo ad apparire nel 1963, tra cui, nel volume Racconti neri a cura di Pier Carpi (Gino Sansoni), l’ormai celebre versione tassiana del “Diavolo nella bottiglia” di Stevenson. Nel 1963 esce ancora da Garzanti Fra i sentieri dell’Eden – Scritti scelti dall’autore di Truman Capote, che Bruno Tasso ha tradotto l’anno prima con Paola Francioli. Sono le ultime cose che darà agli editori. Dopo, appaiono pressoché solo ristampe: dei 25 racconti del terrore vietati alla TV (in due volumetti separati dei «Gialli gialli» Feltrinelli, 1964), dei libri di Truman Capote, di Un secolo di terrore (con il titolo cambiato in Il breviario del brivido, Sugar 1967), ancora dei 25 racconti del terrore in volume tascabile unico (Garzanti, 1970); e naturalmente di Frankenstein, La fattoria degli animali, Il giro di vite e Il nudo e il morto che continueranno ad essere ripubblicati per decenni. Di fatto, però, non avremo più novità tassiane.

Cosa è successo alla fine del ‘62? Che ne è stato dell’uomo che aveva riportato, praticamente da solo, il fantastico classico e moderno ngrel nostro paese? Me lo chiedevo da tempo e devo la scoperta a un regalo azzeccato: il DVD con il film tratto dalla Vita aa di Luciano Bianciardi che ho ricevuto dall’amica Laura Serra. Tra i documenti dati in appendice, c’è un’intervista a colori realizzata con Bianciardi all’epoca dell’uscita del film (1964). Nel salottino di casa, accanto alla compagna Maria Jatosti e al figlio piccolissimo, Marcello, il celebre scrittore toscano parla fra l’altro del mestiere di traduttore: “…E’ un lavoro terribile e massacrante, fatto spesso per libri inutili. Il pubblico non se ne rende conto, ma un amico mio, Bruno Tasso, si è ammazzato per questo. E’ successo subito dopo la pubblicazione della Vita agra”. Il nome “Bruno Tasso” si percepisce appena, non è facile sentirlo. Bisogna alzare il volume, accostare l’orecchio al televisore, ma è là, inequivocabile, ultima testimonianza di un originale su un altro originale.

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La verità, dunque, è che il 6 novembre 1962 Bruno Tasso si è tolto la vita: i suoi ultimi istanti si sono consumati in via Broletto, a tre o quattrocento metri dalla casa in cui era nato. Vorremmo saperne di più, decidiamo di raccogliere qualche testimonianza: e innanzi tutto ci rivolgiamo a Maria Jatosti, compagna e collaboratrice di Luciano Bianciardi, secondo la quale l’ipotesi della “morte per traduzione” non è convincente. Raggiunta per telefono a Roma, la signora si spiega: «Non lo credo possibile, è piuttosto una proiezione di Luciano che aveva una visione turbolenta di Milano, del mondo dell’editoria e della professione di traduttore. La notizia lo scosse molto e da qualche parte l’ha anche scritto, credeva che Tasso si fosse ucciso per questa ragione. In realtà, metteva fuori un malessere profondo che era il suo, e che trasferiva sulla sorte del collega. Non ho mai conosciuto Bruno Tasso perché non è mai venuto a casa, con Luciano si sentivano soprattutto al telefono e si consultavano su cose di lavoro… Per quanto riguarda la mia esperienza posso dire che – benché sia stata una comunista sfegatata e sia anche finita in prigione per motivi politici – la situazione a Milano non era così tremenda: noi siamo stati accolti da quell’ambiente, dalle persone che lavoravano nell’editoria. Luciano ha avuto una delusione alla Feltrinelli, è vero, ma l’irriducibile era lui, che non si rassegnava a lavorare per un padrone. Quando venne a Milano era stato assunto come redattore, eppure non riusciva ad adeguarsi alla vita d’ufficio: arrivava tardi al lavoro, magari non rasato, non gli andava di partecipare alle riunioni, eccetera. Per questo, a un certo punto in Feltrinelli gli hanno detto: “Va bene, continua pure a fare il lavoro ma a casa tua”. L’attività di traduttore che ho svolto con lui, ma poi anche in seguito, da sola, non mi sembra così demoralizzante da giustificare idee suicide. Piuttosto, Tasso era un uomo solo; anche se sposato, era di quelli che rimangono soli dentro. Beveva, e chi beve molto è soggetto a cambiamenti d’umore, anche a depressioni…»

La conferma che Tasso fosse dedito agli abusi viene da Massimo Pini, editore della Sugar, e da sua sorella Donatella, traduttrice e amica di Bruno. Dice Massimo Pini: «Già di prima mattina cominciava con un Campari, che tuttavia non gli faceva perdere la sua aria distintissima, da gentiluomo britannico. Di problemi ne aveva parecchi e un giorno non ce la fece più: andò a chiudersi in un albergo e si ammazzò con i barbiturici». Donatella Pini completa il quadro: «A cavallo degli anni Sessanta siamo stati molto amici, allora si faceva vita di bar e si stava insieme molto più di adesso. E le bottiglie di whisky partivano… Periodicamente Bruno andava a disintossicarsi e forse durante le cure gli somministravano farmaci che gli davano un senso di euforia. Magari ne avrà fatto un’abitudine, difficile dirlo. Aveva uno straordinario acume editoriale e i suoi interessi erano rivolti alla letteratura americana; per quanto riguarda il fantastico e il “noir”, probabilmente ne aveva presagito il futuro successo, ma già allora per quei libri esisteva un mercato. Negli ultimi tempi non riusciva più a lavorare con la stessa lucidità: quando preparava per Sugar Il breviario del crimine davvero non riusciva ad andare avanti, ho dovuto aiutarlo io stessa. Forse questo gli ha fatto temere di poter restare senza lavoro e ogni tanto parlava anche di suicidarsi. Nessuno di noi gli ha creduto: si diceva che chi ne parla in definitiva non lo farà. Invece una notte, alle due e mezza, ci telefonò Edmondo Aroldi, un comune amico che allora lavorava alla Sugar, e disse: “Hanno trovato Bruno in una camera d’albergo, s’è ammazzato”. Poi aggiunse qualcosa che in quel momento ho trovato detestabile: “Alla fine, si è dimostrato un ometto…”. Da parte mia, non so se sia ucciso per il lavoro o altre preoccupazioni, ma una cosa è certa: dopo la sua morte, nell’ambiente editoriale non c’è stata la minima reazione di solidarietà».

L’altro grande editore che l’ha conosciuto bene è Livio Garzanti, che nella sua testimonianza oscilla fra il desiderio di pacificare i ricordi e un vago senso d’inquietudine, di perdita angosciosa: «Lei mi ricorda una delle persone che ho amato di più nella mia giovinezza editoriale. Bruno Tasso era lombardo, un farmacista. Naturalmente non faceva il farmacista all’epoca in cui l’ho conosciuto e non so se l’avesse mai fatto davvero, perché lavorava nell’editoria, ma aveva quella formazione, non era un letterato. Aveva una bambina ed era sposato con una chimica, impiegata nell’azienda farmaceutica di mio padre. Guardi, se lei stesse scrivendo un romanzo ne avrei di cose da raccontarle, invece… Tutto quello che posso dirle è che Tasso era uno stravagante, assorbito in un suo mondo personale. Lo stimavo e lo disprezzavo nello stesso tempo, si figuri che non riusciva a parlare correttamente: non perché fosse balbuziente, ma beveva e aveva spesso la lingua legata. A volte mi arrabbiavo perché pretendevo di insegnargli a cambiar vita, allora ero giovane e pensavo di poterlo fare. Ma nonostante questi problemi, nell’ambiente era stimato. Un’altra sua caratteristica era di spendere troppo: mandava continuamente gran fasci di fiori, costosissimi, a tutte le donne, anche quelle che non se l’aspettavano affatto. Una volta mandò un enorme bouquet a una mia moglie di allora. Non era un infedele, un disonesto, ma viveva questi corteggiamenti immaginari. Spendeva tutto quello che aveva, anche se non ricordo proprio quanto guadagnasse: però a un certo punto cominciammo a pagargli due stipendi, consegnandone metà alla moglie. La quale non gli versava la sua metà per paura che bruciasse tutto… Bianciardi dice che si è suicidato perché il lavoro di traduttore lo aveva logorato? Mi fa sentire un senso di colpa, forse anch’io ho contribuito… Ma no, queste sono balle. Il suo è stato un suicidio da farmacista.

«Ora lei dice che ha lavorato parecchio per i nostri gialli, anche se non me ne rammento più. Non avendo buona memoria, non ho mai avuto troppa comprensione per il genere e per noi se ne occupava Pietro Bianchi, che fra parentesi preferiva Raymond Chandler e gli autori americani. Sì, mi pare di rivederli adesso, erano rilegati e andavano anche in libreria… con le tre scimmiette… Tasso ci ha lavorato senz’altro. Poi ha fatto l’Umorismo nero. E’ tutto quello che posso dirle, tenga presente che son ricordi dall’abisso.»

Quali che siano stati i suoi problemi personali, rimane il fatto che Bruno Tasso è stato uno spirito vigile nell’Italia del dopoguerra, compito difficilissimo se non appartenevi a una delle grandi chiese e se mettevi al primo posto la tua passione per fare il mediatore culturale, per scrivere e inventare. Il lavoro del traduttore-antologista, fra l’altro, è creativo “per interposta persona”: scrivi e dipingi prendendo a prestito, e alla fine formi un bel madrigale con versi che sono i racconti altrui. La composizione è tua a tal punto che senti di poterci mettere un copyright, ma nessuno te lo riconosce! (Il copyright, intendo dire.) Ergo, rimani un demi-génie, uno di quei geni a metà cui il nostro ambiente non riserva onori o dolcezze particolari. Non sarebbe una ragione sufficiente per contemplare le idee più nefaste? Ma sospendiamo il giudizio: a Tasso e agli altri spiriti inquieti come lui dobbiamo molto, e se qualche giovane lettore si chiedesse che senso abbia parlare di vecchi libri e passate stagioni della nostra editoria, gli ricorderemmo che “passato” è solo una parola, che i libri circolano sempre e che le barriere culturali devono cadere, non hanno ragione di esistere; questo pensava, sicuramente, Bruno Tasso, questo pensiamo noi che l’abbiamo seguito e che non saremmo qui senza di lui.

Giuseppe Lippi

Nota bibliografica. Tutte e quattro le antologie curate da Bruno Tasso sono disponibili attraverso il mercato dell’usato, come pure molte traduzioni di classici e libri gialli. Si consulti, in particolare, il sito internet https://www.maremagnum.com/index.php alla voce “Bruno Tasso”.

Altri libri da lui tradotti sono tuttora in catalogo da Mondadori (La fattoria degli animali, il “Meridiano” di Truman Capote), Garzanti (Mickey Spillane), Rizzoli (Frankenstein, Il giro di vite), Baldini Castoldi Dalai (Il nudo e il morto) e si trovano in qualsiasi libreria.

Per informazioni dettagliate sul lavoro di Tasso nel campo della letteratura fantastica, si consulti il sito www.fantascienza.com/catalogo/

(Anna_SOPRoxi)

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Una risposta a “Tradotto vivo! Mezzo secolo di terrore con Bruno Tasso”

  1. Avatar Vincenzo Mantovani
    Vincenzo Mantovani

    Tanti anni fa, venuto a Milano da Ferrara, diventai un amico fraterno di Luciano Bianciardi. Affascinato dalla brillantezza di una delle sue traduzioni, andai persino a cercarlo a casa sua per congratularmi, e da allora me lo scelsi come maestro. Luciano, in realtà, non era proprio un grandissimo traduttore, non conosceva la lingua a fondo e sotto sotto voleva diventare uno scrittore, cosa che gli riuscì con La vita agra, il romanzo che stava scrivendo proprio quando si consolidò la nostra amicizia. Quello che dice Maria Jatosti è vero. Più che Bruno Tasso (che non ho conosciuto personalmente) era lui ad avere una visione tragica della vita e del suo mestiere. Che fine abbia fatto Bruno Tasso non lo so, ma posso dire che a suicidarsi fu sicuramente Luciano, a poco a poco, quando cominciò a bere un paio di bottiglie di whisky al giorno. Lo vidi all’ospedale, pochi giorni prima che morisse, quando il suo fegato aveva smesso di funzionare. Fu un grande dolore.

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