Congedarsi dalla vita in poesia

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Con questa piccola ma esauriente guida alla poesia “di addio” in Oriente e Occidente, Antonio Sacco ci offre un prezioso punto di partenza per approfondire la conoscenza dei «death poems», componimenti di concisa, malinconica dolcezza intesi a salutare la vita terrena prima di tornare al Tutto di cui siamo parte.

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LE DIVERSE MODALITÀ DI APPROCCIO DI FRONTE ALLA MORTE ATTRAVERSO LA POESIA IN ORIENTE E IN OCCIDENTE

un nuovo autunno –

nascono altri colori

da foglie morte

(Haiku di Antonio Sacco)

Questo articolo nasce da una domanda che mi sono posto tempo fa: che differenze sussistono fra il modo di approcciare la morte attraverso la poesia in Oriente e in Occidente? Senza dubbio riflettere profondamente sul tema della morte mediante la poesia può essere un modo per rendere più piene e pregnanti le nostre vite: domandarsi, negli ultimi istanti di vita, il senso della nostra venuta al mondo, fare un bilancio delle nostre esistenze e delle nostre esperienze che abbiamo vissuto esprimendole in forma di poesia, dire una nostra personalissima «ultima parola» sul mondo può facilitare la serena accettazione della morte. In questo senso è sicuramente utile la funzione catartica e consolatoria della poesia una volta giunti al termine dell’esistenza. Studiando questi tipi di poesia (trasversalmente da Occidente ad Oriente) mi è stato chiaro che possono prevalere i più disparati sentimenti connessi all’addio al mondo: dall’accettazione alla rassegnazione, dalla rabbia al crudo realismo, dalla paura al tentativo ultimo di pacificazione e così via. 

JISEI O DEATH POEMS

Nelle culture estremo-orientali troviamo dei tipi di componimenti, chiamati jisei, in cui il poeta si congeda, con le sue ultime parole, dal mondo. Possiamo dire che i jisei che ricalcano la forma degli haiku vengono chiamati jisei no ku, mentre i componimenti sul calco del tanka (più frequenti) vengono chiamati jisei no uta. Nei jisei in generale, di solito la Natura diviene metafora del fine vita. Nei jisei no ku tutto l’impianto poetico è imperniato sulla metafora che diverse immagini in giustapposizione (toriawase) in uno stesso componimento danno della vita e della morte. Per questo ricorrenti, nei jisei no ku, sono le immagini della neve che si scioglie in allusione alla vita che si dissolve per diventare altro da sé, come in questo componimento di Bokusai morto nel 1914:

una parola di addio?

la neve che si scioglie

non ha odore

O anche quest’altro jisei no ku di Fusen deceduto nel 1777 all’età di cinquantasette anni:

oggi, quindi, è il giorno

in cui il pupazzo di neve che si scioglie

è un uomo vero

Fusen morì in pieno inverno, e l’immagine di un uomo che si scioglie come un pupazzo di neve è un calzante riferimento stagionale (kigo); c’è da dire che l’immagine data non si ferma solo alla stagionalità ma è molto pregnante anche per dare l’idea della transitorietà e caducità della vita umana.

Oppure altra ricorrente metafora sono le foglie che cadono in autunno, presupposto per creare nuova vita come in questo jisei no ku di Gohei, morto nel 1819:

una foglia solitaria di paulonia

cade attraverso

la pura aria autunnale

L’EPITAFFIO

Per certi versi, analogo al jisei no ku, in Occidente troviamo il genere letterario dell’epitaffio, il quale è un’iscrizione funebre avente come scopo quello di onorare e ricordare un defunto (epitaphion, dal greco: “ciò che sta sopra al sepolcro”). Molte volte l’epitaffio è costituito da uno o più versi di una poesia: non a caso, in analogia con i jisei, molti poeti hanno scritto di proprio pugno, in punto di morte, i loro epitaffi. Va da sé che un buon epitaffio, come, del resto, un buon jisei deve possedere qualcosa che resti impresso nella mente del lettore o che faccia riflettere. Un esempio può essere l’epitaffio inciso sulla tomba del poeta romantico John Keats, il quale non volle scritti né il nome, né la data di morte ma semplicemente:

«Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua».

Chiedersi, in punto di morte, se questo mondo è reale, e se lo è, è realtà di che cosa diviene un tema ricorrente nei jisei no uta (jisei in forma di tanka) come viene espresso dal poeta Ki no Tsurayuki:

come la luna

che si compone sull’acqua

nella conca delle mani,

questo mondo non sappiamo

se sia o se non sia

Ancora, è innegabile che in questa poesia in versi liberi del poeta russo Fëdor Tjutčev (1803 – 1873) la poesia riesca a compiere il «miracolo» agendo come catalizzatore, portando il poeta a una serena accettazione della morte:

PACIFICAZIONE PRIMAVERILE

Oh non mettetemi 

nella terra umida!

Nascondetemi, seppellitemi

nella folta erba!

Che il respiro del vento

faccia ondeggiare l’erba,

che di lontano un flauto canti,

che luminose e placide le nubi

fluttuino sopra di me!…

I SIJO

Fra i «death poems» nelle culture estremo-orientali troviamo anche le poesie coreane chiamate sijo, le quali vennero utilizzate anche per congedarsi dal mondo fra i tanti temi trattati. Ecco alcuni esempi di sijo come mezzo per salutare il mondo attraverso la poesia:

Come il suono del tamburo chiama la mia vita,

giro la testa lì dove sta per tramontare il sole.

Non c’è nessuna locanda sulla strada per gli inferi.

A casa di chi dovrei dormire stanotte?

Soeng Sam- mun (1418 – 1456)

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L’ELEGIA LATINA

Abbiamo già avuto modo di parlare dell’epitaffio come poesia funerea, ma in Occidente abbiamo altri esempi di stili e generi letterari usati come espressione di un lutto fra essi vi è l’elegia latina. Ciò che distingue l’elegia latina rispetto ai pochissimi precedenti nei poeti elegiaci ellenistici è l’impostazione maggiormente soggettiva e autobiografica. L’elegia latina fu molto usata nei lamenti funebri, nell’esprimere un lutto tanto che l’associazione dell’elegia al pianto divenne un topos (Orazio, Ars poetica – Ovidio, Amores). Un esempio di elegia è il carme 101 di Catullo in cui il poeta esprime tutto il suo dolore per la morte del fratello.

I JISEI NO KU DEI QUATTRO GRANDI MAESTRI DI HAIKU

malato in viaggio:

i miei sogni vagano

sui campi appassiti

(Bashō)

Questa è l’ultima poesia di uno dei più grandi poeti haiku. Bashō si era gravemente ammalato in uno dei suoi numerosi viaggi: quando i suoi allievi gli hanno lasciato intendere che avrebbe dovuto lasciare una poesia d’addio, lui rispose che uno dei suoi haiku poteva essere il suo death poem. Tuttavia, l’ottavo giorno del decimo mese, dopo aver raccolto i suoi discepoli attorno al suo capezzale, scrisse questo jisei no ku. Bashō morì quattro giorni dopo nel 1694 all’età di cinquantuno anni.

*

nelle ultime notti

stanno nascendo

fiori di pruno bianchi

(Buson)

La sera della sua morte, Buson chiamò il suo discepolo Gekkei e gli chiese scrivere tre poesie. L’immagine di un usignolo appare nelle prime due poesie, e nella terza (questa) quella di un pruno. Entrambe le immagini sono associate al tardo inverno e all’inizio della stagione primaverile. Buson si spense nel 1783 all’età di sessantotto anni.

*

che importa se vivo?

una tartaruga vive

cento volte più a lungo

(Issa)

Un antico credo orientale caratterizza la tartaruga come simbolo di lunga vita, attribuendo a questa una vita di diecimila anni. Se l’uomo dovesse vivere fino a cent’anni, la sua vita sarebbe non più di una centesima parte della vita di questa creatura munita di guscio che trascina la coda nel fango. Perché allora un uomo dovrebbe chiedere un altro anno, un mese o un giorno?

tarai kara

tarai ni utsuru –

chimpunkan

da un bacile

ad un altro –

che stupidità

(Issa)

La parola “tarai” significa “vasca” o “bacile”. Il riferimento è, forse, ai bacili per pulire i neonati e per pulire i morti. La vita di un uomo non è altro che un linguaggio senza senso (“chimpunkan” indica, nel discorso colloquiale, i suoni incomprensibili di una lingua straniera) che inizia nella culla e finisce nella tomba. Il Maestro Issa spirò nel 1827 all’età di sessantacinque anni.

*

fiorisce la luffa e

io, pieno di catarro,

divento un Buddha

(Shiki)

Shiki scrisse tre death poems, Tutti e tre contengono riferimenti alla luffa (hechima), una vite rampicante con vari usi pratici. Linfa di luffa è consigliata come rimedio per la tosse, e veniva data, per questo motivo, ai malati di tubercolosi. Shiki morì a causa di questa patologia nel mese di Settembre del 1902 all’età di trentasei anni.

CONCLUSIONI

Come abbiamo visto, i jisei per forza e pregnanza poetica rappresentano un caso unico nel panorama della letteratura mondiale. Tentativo di pacificazione, di accettazione della morte attraverso un’immagine naturale rappresentano il più alto esempio di lasciare questo mondo in modo “poetico”. Venivano spesso usati anche nel suicidio rituale del seppuku, ad esempio Yukio Mishima nel 1970 compose questo jisei no ku prima di suicidarsi:

soffia una piccola tempesta notturna

dicendo «cadere è l’essenza di un fiore»

precedendo quelli che esitano

Non è neppure mancato chi, con crudo realismo, scrisse:

le poesie di morte

sono pure illusioni –

la morte è la morte

(Toko, 1710-1795)

Abbiamo anche gettato un occhio sui sijo coreani vedendo che questi tipi di componimenti pur non essendo strettamente legati solo ed esclusivamente al tema della morte, sono stati usati per un ultimo saluto al mondo. Spesso giurando fedeltà e lealtà al proprio Signore anche davanti all’ultimo atto della vita di una persona.

In Occidente, pur non avendo nulla che possa avvicinarsi ai jisei giapponesi, abbiamo sondato, seppur brevemente, le caratteristiche dell’epitaffio e dell’elegia latina notando come spesso queste forme letterarie servivano per lasciare una frase ai posteri su chi si è stati in vita (epitaffio) o un lamento funebre in morte di una persona cara o di un parente (elegia). Anche il verso libero è stato molto usato, in parecchi casi, per redigere una sorta di testamento spirituale.

La poesia insegna che si può lasciare questo mondo onorando la propria unicità e irripetibilità, che essa può essere un aiuto persino nel momento del trapasso perché quello che, in fin dei conti, resta negli altri non è quello che abbiamo scritto, ma il nostro modo di aver vissuto stupendoci di fronte alla bellezza di un fiore, di una notte di plenilunio e di tutte le meraviglie di cui siamo stati partecipi in questa vita. Questo, credo, soprattutto è quel che conta: esserci sentiti parte del Tutto e il Tutto parte di noi, in commistione con ogni creatura vivente e non. 

La poesia ci insegna che siamo parte di questo Tutto cosmico.

Antonio Sacco

Bibliografia:

  • Jisei. Poesie dell’addio, O. Civardi; Ed. SE
  • Japanise death poems, Yoel Hoffman
  • Guthke, K. S. (2003). Epitaph culture in the west. Variations on a theme in cultural history. Lewiston, NY: Mellen.
  • Paola Pinotti, L’elegia latina. Storia di una forma poetica, Roma, 2002
  • L’ululato del firmamento. 100 sijo. Nicola Perasso; Ed. Phasar Edizioni.
  • Zhuang-zi : (Chuang-tzu) traduzione di Carlo Laurenti e Christine Leverd, a cura di Liou Kia-hway, Milano, Adelphi.

 width=Antonio Sacco, classe 1984, vive e compone versi nel cuore del Parco Nazionale del Cilento. Ricercatore e studioso di poesia d’ispirazione estremo-orientale (in particolare della poesia haiku), ha pubblicato la silloge di componimenti haiku intitolata In ogni uomo un haiku (Arduino Sacco, 2015) e Eppure ancora i nespoli – Dissertazioni sullo haiku (Nulla Die Edizioni, 2020).

(Anna)

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