Paint it Black | Ricordando L’Wren Scott

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Se cercate “Paint it Black” dei Rolling Stones su Wikipedia, vedrete per esempio che è al numero 174 dell’elenco delle migliori 500 canzoni di sempre della rivista Rolling Stone e che è stata citata in una quantità di film, libri e canzoni altrui. Tra le citazioni più originali c’è questa, tratta da Turnè  (1990) di Gabriele Salvatores:

Le principali riviste musicali inglesi, all’uscita del singolo nel 1966, parlano di “una gloriosa intemperanza a base di raga e rock”, “colossale pugno allo stomaco al pop”, “un ritmo così travolgente che per poco non si mette a vibrare anche il disco”. Forse nessuno, prima di Brian Jones in questo pezzo, era riuscito a trarre dal sitar – fino ad allora tipico di brani rarefatti, tutti peace & love – un sound così furibondo, così rock.

Quello che però tanti non anglofoni ignorano è che non è una canzone sul razzismo o sul fascismo o sulla guerra in Vietnam: è una canzone sul lutto. A parlare è un uomo in preda a una profonda depressione dopo la morte dell’amata.

Vedo una porta rossa e la voglio dipinta di nero

Non più colori, voglio che tutto diventi nero

Vedo passare le ragazze coi loro vestiti estivi

Devo voltarmi finché le mie tenebre non se ne vanno

Vedo una fila di auto e sono tutte nere

Con i fiori e il mio amore, che non torneranno più

Vedo gente che gira la testa e distoglie lo sguardo in fretta

È come quando nasce un bambino, succede tutti i giorni

Guardo dentro di me e vedo che ho il cuore nero

Vedo la mia porta rossa che è stata dipinta di nero

Forse poi svanirò e non dovrò affrontare la realtà

Non è semplice guardarla in faccia, quando tutto il tuo mondo è nero

Il mio mare verde non si tingerà più di un blu intenso

Non potevo prevedere che ti accadesse questo

Se fisso lo sguardo sul sole che tramonta

Prima che faccia giorno il mio amore riderà con me

Nero, nero, voglio vedere tutto nero

Nero come la notte, nero come il carbone

Voglio che il sole sia cancellato dal cielo…

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Urlare la propria disperazione è spesso una forma di catarsi, ma qui non c’è lieto fine, non c’è luce in fondo al tunnel. Anzi, la canzone finisce invocando l’eclissi ultima. Certo, si può anche leggere – ed è stata letta – come una più generica espressione di rabbia giovanile, il calarsi nel cuore di tenebra fuori da ogni convenzione borghese; ma è impossibile ignorare il riferimento, assolutamente esplicito, al dolore accecante di fronte alla morte di chi amiamo.

Nel marzo del 2014 L’Wren Scott si è suicidata, impiccandosi nel suo appartamento di Manhattan. Era bella, giovane, ricca, amata, apprezzata, stilista talentuosa e di successo, ed era la compagna di Mick Jagger da tredici anni. Si è detto che la sua società di moda aveva grossi debiti, si è detto che sentisse la mancanza di figli e di una vera famiglia. Lo stesso Mick, dopo la sua morte, ha scritto “Sto cercando di capire perché”. Come se esistessero spiegazioni soddisfacenti, come se il suicidio non fosse, quasi sempre, un assoluto mistero.

Non credo di essere stata la sola a immaginare che a Mick siano tornate in mente le parole di quella canzone scritta molti anni prima, e che la rabbia indeterminata di allora, con l’ironia spesso crudele della vita, abbia preso la forma precisa che ha per i sopravvissuti: un grumo spesso di buio, un cuore rosso che diventa nero e sembra chiudersi per sempre.

(Anna_SOPRoxi)

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