Quattro “anime salve” in Fabrizio De André

Home » Le arti del sopravvivere » Musica » Quattro “anime salve” in Fabrizio De André

Su Fabrizio De Andrè è già stato scritto di tutto: forse per questo il tentativo di impostare un’analisi “nuova” delle sue canzoni mi mette in soggezione. Non mi azzerderò a presentarlo, ma in questo piccolo “viaggio comparativo” vorrei mettere a confronto quattro canzoni accomunate dai loro protagonisti, tutti suicidi: Michè, Luigi Tenco, Nancy, Andrea.

stanotte Michè
s’è impiccato a un chiodo perché
non voleva restare vent’anni in prigione
lontano da te
nel buio Michè se n’è andato sapendo che a te
non poteva mai dire che aveva ammazzato
soltanto per te

La ballata del Michè esce agli albori della carriera di De Andrè: era un singolo già nel novembre del 1961, insieme a La ballata dell’eroe, cantata l’anno successivo in un film proprio da Luigi Tenco. Le tematiche “scomode” care al cantautore sono già presenti qui, in nuce, perché Michè è un innamorato, omicida per passione, condannato a vent’anni di carcere dalla “corte che decise così”. De Andrè non risparmia una denuncia alla mancanza d’indulgenza della chiesa cattolica, “perché di un suicida non hanno pietà”.

La fisarmonica d’accompagnamento e la melodia da festa di paese, l’insistenza martellante sulla rima “Michè – per te” che risalta il legame del suicida con l’amata, stridono grottescamente con la storia che visualizziamo nella nostra immaginazione. Michè lontano da Marì s’impicca perché, secondo un topos che tornerà in tutta la carriera del cantautore, amore e morte sono legati in maniera indissolubile, come l’uno opposto dell’altro. Michè ha perso l’amore, di conseguenza, la vita ha perso di senso. Non un giudizio, non una “parola di troppo” sul gesto del prigioniero.

La Preghiera in gennaio, del 1967, contiene un elemento diverso dalle altre tre canzoni che stiamo trattando: non è presente il nome del protagonista nel titolo, e neanche nel testo, forse perché non era necessario. Infatti è noto che la canzone fosse dedicata all’amico Luigi Tenco, morto suicida nella sua camera d’albergo dopo l’esclusione dalla finale del festival di Sanremo. La stampa ha tanto speculato su questo fatto tragico nella storia della musica italiana, ma in questa sede non m’interessa approfondire un eventuale complotto. È interessante che la Rai abbia censurato la trasmissione di questo componimento, che De Andrè ha “pensato” al ritorno dal funerale di Tenco, e sia andato in onda per la prima volta sulla Radio Vaticana. Forse la Rai aveva paura, come disse lo stesso cantautore, che fosse “un’esaltazione del suicidio”.

Riporto il testo integrale perché non ho il coraggio di tagliuzzarne la poesia:

Lascia che sia fiorito Signore il suo sentiero
quando a te la sua anima e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno risplendono le stelle.
Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà baciandoli alla fronte
venite in Paradiso là dove vado anch’io
perchè non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio.
Fate che giunga a voi con le sue ossa stanche
seguito da migliaia di quelle facce bianche
fate che a Voi ritorni fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio.
Signori benpensanti spero non vi dispiaccia
se in cielo in mezzo ai Santi Dio fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte.
Dio di misericordia il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto con la coscienza pura
l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.
Meglio di lui nessuno mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti che puoi e vuoi salvare.
Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento
Dio di misericordia vedrai, sarai contento.
Dio di misericordia vedrai, sarai contento.

La Preghiera non racconta una storia, o lo fa solo velatamente, perché si connota come una vera e propria preghiera rivolta a Dio per quelli che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio. Tenco scrisse, nella sua nota suicidaria, “Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta”. De Andrè usa infatti le parole oltraggio, odio, ignoranza (rivolte al pubblico dell’epoca), che contrastano con la coscienza pura di chi ha vissuto pienamente e tuttavia decide di morire. La misericordia, ancora una volta, e come lo sarà in decine di canzoni lungo tutta la sua carriera, è un sentimento profondamente umano che va al di là di ogni etichetta – ateo, laico o cristiano che sia. Riascoltandola, ho avuto l’impressione che questa canzone-preghiera sia un vero e proprio manifesto poetico dell’artista. Ma andiamo avanti.

Il brano Nancy, inserito nell’album del 1975 Volume 8, è stato tradotto, rispettando quasi alla lettera il testo originale, da Seems so long ago, Nancy, di Leonard Cohen, del 1969. Ispirato a un fatto reale, è dedicata a una giovane prostituta di Montréal.

Ma cosa fai domani non lo chiese mai a nessuno
s’innamorò di tutti noi non proprio di qualcuno
non proprio di qualcuno.

E un po’ di tempo fa col telefono rotto
cercò dal terzo piano la sua serenità.

Le prostitute, dipinte ed esplorate da De Andrè in numerose canzoni – tra le quali Via del campo, Marinella, Jamin-a, Princesa – hanno un posto in prima fila nel suo mondo di emarginati e “perdenti”: e non potrebbe essere altrimenti, essendo donne di amore, conforto, rassicurazione, ma anche di profonda solitudine. La melodia di Nancy ricorda infatti, con la sua dolcezza cullante, gli accordi quasi tutti in minore, quella della Canzone di Marinella. L’atmosfera di Nancy è intrisa di malinconia, eppure, ancora il cantautore sceglie una parola di connotazione positiva riguardo al suicidio della ragazza: serenità. L’ha cercata, come Luigi Tenco aveva preferito la morte. Ancora una volta, il suicidio visto come scelta e cantato senza censure. Non viene investito di un’aura romantica, ma neanche difeso. Solo raccontato.

Passiamo al quarto e ultimo brano, dedicato, come disse il cantautore durante un suo concerto, “ai figli della luna, alle persone che noi chiamiamo gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi”. La storia di Andrea, dall’album Rimini del 1978, è ambientata sullo sfondo della prima guerra mondiale, ma sembra trasfigurata da dettagli quasi fiabeschi:

Andrea si è perso si è perso e non sa tornare
Andrea aveva un dolore riccioli neri
C’era scritto sul foglio che era morto sulla bandiera
C’era scritto sul foglio e la firma era d’oro era firma di re
Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia

Occhi di bosco contadino del regno profilo francese
Occhi di bosco soldato del regno profilo francese
E Andrea l’ha perso ha perso l’amore la perla più rara
E Andrea ha in bocca un dolore la perla più scura

 Andrea raccoglieva violette ai bordi del pozzo
Andrea gettava riccioli neri nel cerchio del pozzo
Il secchio gli disse “Signore il pozzo è profondo
più profondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto”
lui disse “Mi basta, mi basta che sia più profondo di me”

Anche questa è una canzone per gli esclusi, quasi una sintesi, come la Ballata del Michè, delle storie care a De Andrè. Qui è il dolore, la perla più scura, causato dalla morte dell’amato in guerra il motivo scatenante del suicidio di Andrea. Come per Michè, il dolore, che qui rima con amore, è ormai insostenibile. Oltre al messaggio implicitamente antimilitarista della canzone, quest’ultima trasmette una leggerezza che la rende diversa dalle altre che abbiamo presentato in questo piccolo viaggio: gli accordi sono tutti in maggiore, il ritmo è incalzante, l’intro strumentale col le chitarre e poi l’inciso col mandolino sono tanto allegri che Andrea è sempre stata accompagnata dal pubblico battendo le mani.

I suicidi sono figure chiave per comprendere l’universo di De Andrè. Infatti di loro racconta la singola storia, li chiama per nome, e quando usa nei suoi testi la parola o la categoria di suicidi lo fa in riferimento ai signori benpensanti, che questo gesto umano lo conoscono, ma fingono che non esista.

La Preghiera in gennaio, scritta pensando a un amico, mi sembra quasi una poesia-medicina, piena di compassione e tolleranza. De Andrè infatti prega augurandosi che il paradiso sia stato creato soprattutto per chi non ha sorriso.

Tutte le anime sono già salve. Tutte sono salvabili. O altrimenti, prego anch’io che siano là dove in pieno giorno risplendono le stelle.

(Valentina_SOPRoxi)

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sostieni Soproxi Onlus

© 2024 Soproxi. All Rights Reserved. P.I. e C.F. 92254200287 | privacy – cookies