Sinéad O’Connor: The Long Black Veil

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È il 1995.

Sono passati quindici anni da quando Sinéad ha cominciato a suonare la chitarra e comporre canzoni.

Undici anni dal suo primo successo discografico.

Sono passati dieci anni da quando Sinéad si è trasferita da Dublino a Londra.

Cinque anni dal brano, scritto da Prince, che fa innamorare tutto il mondo della sua voce (Nothing Compares 2 U, singolo numero uno dell’anno 1990 nella classifica di Billboard).

Cinque anni da quando ha cantato a Berlino con Roger Waters.

Tre anni da quando Frank Sinatra ha detto che l’avrebbe presa volentieri a calci nel sedere.

Tre anni anche da quando ha cambiato il testo di una canzone di Bob Marley mettendoci dentro un riferimento esplicito alla pedofilia dei preti. Per poi farsi fischiare e insultare dopo aver detto “Combattete il vero nemico!” mentre strappava una fotografia di Giovanni Paolo II. (Anch’io ci rimasi male. Non capivo, non sapevo.)

Sono passati tre anni da quell’intervista in cui ha dichiarato di ritenere la Chiesa cattolica responsabile degli abusi fisici, sessuali ed emotivi subiti da bambina. Devono passarne altri nove prima che il papa Wojtyła chieda pubblicamente perdono per quegli orrori.

Ma ora è il 1995: Paddy Moloney invita Sinéad a partecipare a The Long Black Veil, album dei Chieftains, la celebre band di folk tradizionale irlandese. Resterà uno dei loro dischi più popolari e più venduti nel tempo; dentro, oltre a Sinéad O’Connor, ci sono artisti del calibro di Mick Jagger (e Rolling Stones al completo), Sting, Mark Knopfler, Ry Cooder, Tom Jones, Van Morrison e Marianne Faithfull.

Nelle mani esperte di Paddy, l’album diventa qualcosa di superlativo. Il gruppo si guarda bene dallo stravolgere il proprio sound per concedere qualcosa al talento degli ospiti. Succede casomai il contrario: le star che entrano in questo disco si vestono di verdissima irlandesità e profondono generosi tutta la magia di cui sono capaci. Mica poco!

Sinéad risplende in due brani del disco: The Foggy Dew, canzone sulla Rivolta di Pasqua del 1916, una melodia drammatica dove la sua voce svetta purissima, per nulla ‘contenuta’, e He Moved Through the Fair, ballata sognante con tanto di stella, cigno e lago.

Tra nove anni nascerà suo figlio Shane. Chissà se la scelta del nome sarà casuale. Quello stesso nome, lo porta un altro irlandese complicato, di enorme talento: Shane MacGowan dei Pogues, con cui Sinéad duetta in Haunted, una tra le tante canzoni scritte da MacGowan che strizzano il cuore e fanno rizzare i capelli a tradimento.

Il ragazzo Shane, il figlio della ragazza con gli occhi di angelo, si toglierà la vita a diciassette anni.  Il suo più anziano omonimo, anch’egli afflitto da problemi di dipendenza che lo rendono ormai impresentabile in pubblico, scrive all’amica: “Sinéad, tu sei sempre stata disponibile con me e con tantissime persone. Sei un conforto, un’anima che non ha paura di provare dolore e sofferenza. Hai sempre cercato di aiutare e guarire gli altri. Prego affinché anche tu possa essere confortata, fino a trovare forza, guarigione e pace nel dolore della tua perdita”.

Del giovane Shane, il vecchio Shane dice: “Era un ragazzo meraviglioso e gli volevo bene. Prego che possa essere in pace e che possa in qualche modo rimanere in connessione spirituale con te”.

Ma ora siamo nel 1995.

Forse la ragazza (non ha ancora trent’anni) si è già resa conto, visto lo scarso successo dell’album dell’anno scorso, che non avrà mai più una hit della stessa potenza di Nothing Compares (appunto).

Forse questo fatto, di per sé non particolarmente felice, la rende più libera. Di andare dove la apprezzano sul serio, di farsi vedere e sentire irlandese fino al midollo, cantando 

Meglio morire sotto il cielo d’Irlanda che a Suvla o Sud-al-bar

e

La notte scorsa ho sognato che il mio amore arrivava da me,

con passi silenziosi, mi si avvicinava e mi diceva

Non manca molto, amore, al giorno delle nozze

come se fosse la prima volta che un soldato muore in battaglia, la prima volta che una ragazza sogna di sposare il suo amore che forse non è mai esistito, forse non c’è più.

Ci sono state, ed esistono, tante Sinéad, forti e fragili, impegnate e sofferenti, coraggiose e spiritose; questa che vive in casa Chieftains è la ‘mia’ Sinéad eterna. Acqua di fiume, donna terrena e ultraterrena, donna celeste e rosso sangue. Canto amorevole, canto fraterno, voce di benedizione. La sua morte non può essere altro che una sciocca diceria.

AnnaM

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2 risposte a “Sinéad O’Connor: The Long Black Veil”

  1. Avatar Corrado Pino
    Corrado Pino

    Grazie Anna, mi sono commosso sino alle lacrime.

    Corrado

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