Vibrare insieme le corde del cuore: l’inno alla vita di Margherita Vicario

Home » Le arti del sopravvivere » Musica » Vibrare insieme le corde del cuore: l’inno alla vita di Margherita Vicario

Spunti dall’incontro con l’eclettica cantautrice e regista avvenuto a Padova in occasione della presentazione della sua opera prima sul grande schermo, Gloria!.

La ricordo perfettamente. È una sensazione unica e magica. Avevo due anni. 

Toccare un tasto del pianoforte e sentire quello che accade è un’esperienza indescrivibile. Ma è quando inizi a provare a mettere più tasti assieme, che cambia la tua vita. Poi magari tre. Poi metti le due mani assieme. Hai infinite combinazioni, sempre in movimento, e scopri che alcune, rispetto ad altre, stanno particolarmente bene assieme, e non hai bisogno di un mentore per scoprirle: sei per sempre votato alla musica. Che tu voglia studiarla con un maestro o continuare a inseguirla da autodidatta, saprai allora che due corde che vibrano all’unisono non sono sole e si rincorreranno sempre, in una tastiera ampia come la tua vita.

Quando ho incontrato Margherita Vicario questo aprile a Padova, per la presentazione della pellicola che ha diretto, Gloria! la cantautrice romana ha dichiarato, prima della proiezione (di cui non parlerò in questo articolo, se non per un particolare importante) che la volontà della sua opera era di esprimere ciò che la musica significa per lei. Mi sono sentito accomunato, conoscendo la sua musica in generale, che è usata come veicolo – e identità – narrativi per tutto il film, dalla sensazione, personale, in cui ho ritenuto lecito indulgere all’inizio. 

Vorrei, da musicista impertinente quale sono, provare ugualmente, però a portarvi ciò che mi arriva partecipando all’esperienza-Vicario (che è come entrare dentro una navicella spaziale con Doc Emmett Brown di Ritorno al Futuro, bendato, al timone: ti porta a spasso ora nel futuro, ora nel passato, ora si sofferma nel presente e si litiga il comando con Nietzsche). È un’impresa difficilissima: nella sua arte, la nostra autrice – stella danzante – ci offre incessanti polifonie, costanti sintesi: più voci (compresa, questa la devo dire, quella di acrobatica sillabatrice), il concertato maschile-femminile, la coesistenza delle parti bambine, adolescenti e adulte…sempre multiple note che parlano di più aspetti dell’essere, e ci consolano, perché, anche se complessi, siamo una complessità feconda. Avete mai provato la voglia irrefrenabile di correre liberi per il vostro orizzonte? È la stessa (lo giuro) gioia selvaggia di suonare “a orecchio”, di sfuggire all’accademia e di seguire la propria, interna, intima, musicalità. 

Il vissuto di suonare più corde assieme forse, è una delle chiavi per rappresentarla, ho pensato. Ed è il primo concetto che vorrei affrontare. Se c’è un’intuizione, infatti, che tutti coloro che si approcciano alla musica, a qualsiasi livello, sono in grado di assimilare da subito, è quella che ciascuna nota ne richiama almeno un’altra. Richiama la sensazione di non essere, in alcun modo, soli. Questo senso di gioia e di conforto è, poi, altamente contagioso: richiama la condivisione, il racconto di se stessi, e richiede sempre un interlocutore, due interlocutori… orchestra ed armonizza l’esistenza. 

Il secondo spunto che traggo è da un dettaglio visivo che Margherita ha rivelato in sala: il fatto di aver “doppiato” le mani della protagonista mentre suona il pianoforte. Si vede che non è una concertista classica, ma che affonda le dita alla ricerca selvatica e disperata del suono. Probabilmente improvvisa molto, ma altrettanto si destreggia, sgomita, media fra l’accademico e il libero ad ogni arpeggio. È vero che è supportata dall’esperienza del suo produttore, musicista solido di formazione (il torinese Davide Pavanello), ma la sua musica, rappresentata anche da questo gesto fisico semplice ma accattivante, viene dalla necessità di raccontarsi, con la sincerità e anche una tagliente autoiroinia, fino ai lati più difficili e intimi del proprio io (disse alla presentazione che molti suoi versi sono un suo modo di “cantarsela”, di dare spazio a parti di sè). La sua narrativa è un modo di restituire alla vita sia il dramma che la sua sdrammatizzazione.

Gloria! affronta tante sfaccettature del vivere la musica, e non solo la musica. È un film che parla della figura della donna musicista e compositrice, ma il mio parere è che trascenda il genere e parli di tutti noi, delle nostre debolezze e della gioia di riabbracciare e riscattare l’esistenza, di darle un senso, universale. Non ho paura di dirlo: mi ricorda un Beethoven donna, calato nei giorni nostri e che parla con accento romanesco, meno nevrotico ma ugualmente inquieto, e l’inquietudine è voglia di vivere. 

Nel suo film Margherita affronta anche, nella trama, la suicidalità. Tutto quello che ho scritto, ossia la capacità di vibrare corde assieme, di raccontarsi senza paura e di cercare selvaggiamente la libertà, musicale ma infine esistenziale, rappresenta la congiunzione di forze che arriveranno in aiuto, nella disperazione del personaggio in questione, aiutandolo ora a sentirsi capito, ora a sdrammatizzare e ad uscire dalla gabbia oscura dell’angoscia di abbandono. Mi richiama alla mente un verso di Astronauti, canzone del 2022, che l’autrice ha dichiarato essere una dedica ai suoi fan: Quando hai detto “lo faccio” io c’ero/ anche quando hai visto tutto nero. C’era in tutto il suo oceano colorato: la Margherita donna femminista, la Margherita uomo, la Margherita non si sa, c’erano la Margherita bambina, quella adolescente e quella adulta, come ognuno nella propria vita porta ogni nota del suo io in aiuto della sofferenza.

Nel parlare di Margherita Vicario vorrei accennare a un appello implicito a tutti coloro che sanno strimpellare uno strumento musicale, cantare, o che vogliono imparare la musica. Le canzoni di Margherita hanno un dono, che è stato riconosciuto dai musicologi ai fratelli Gershwin, e forse, visto come sono costruite, andrebbe esteso anche alle sue: l’arte della semplicità. Invitano non solo a essere ascoltate, ma ad essere cantate e suonate, da chiunque, ed invitano tutti alla musica e alla libertà del narrarsi anche nella difficoltà, anche estrema: sono alla portata di ognuno di noi. Come l’entusiasmo. Come l’ironia. Come la salvezza.

[Giacomo Rolma, specialista in Psichiatria, Psicoterapeuta, Musicologo, Critico Musicale]

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sostieni Soproxi Onlus

© 2024 Soproxi. All Rights Reserved. P.I. e C.F. 92254200287 | privacy – cookies