Nel 1911, l’anno in cui raggiunge il successo, Umberto Boccioni realizza tre tele, diventate poi famose anche come il trittico degli Addii. Si tratta di tre tele complementari che fanno riferimento a tre diversi ma contemporanei stati d’animo legati al movimento.
Gli addii, Quelli che vanno e Quelli che restano. Sono tre dipinti che in quanto a potenza espressiva potrebbero stare benissimo anche da soli ma che acquistano il loro valore assoluto soltanto se presi in considerazione tutti e tre insieme. Perché nel movimento c’è sempre, dopo colui che va, prende il volo, la sua via, qualcuno che resta. E in mezzo c’è l’addio. Il momento di separazione.

La tela dedicata agli addii è quella che congiunge quasi le altre due tele anche nel movimento pittorico. Parliamo di quadri futuristi, influenzati molto dal cubismo e dalle ricerche di Braque e Picasso (nel 1911 Boccioni è a Parigi per aggiornarsi sulle nuove ricerche cubiste). Si riconosce ne Gli Addii il numero del treno 6943, il camino di una locomotiva sbuffante, i telegrafi di una città sullo sfondo che il treno si lascia alle spalle. I piani si confondono, il movimento della locomotiva che viene verso di noi è contrastato dal movimento fluido che divide la tela in due metà, come le metà che si dividono per fare spazio agli addii, simbolizzati dal treno. Non a caso il treno è perfettamente centrato nella tela.
Quelli che vanno è caratterizzata invece da un movimento omogeneo che si sposta verso destra e suggerisce la velocità ma allo stesso tempo la foga dell’andare. I volti dei “partenti” sono come trascinati dalla spinta in avanti e si susseguono e rincorrono l’uno con l’altro in quell’espediente tipico futurista che userà poi anche Balla nel suo Dinamismo di un Cane al guinzaglio (1912) . Le linee sono fitte e dense, non c’è tempo per pensare, la tela suggerisce velocità, trasporto e fretta. Anche a discapito dell’ultimo volto a destra o il primo da sinistra – come si vuole – che sembra quasi arrancare rispetto alla fila di altri volti che lo precedono.

Perchè chi resta non è solo.

(Marina_SOPRoxi)
Le linee verticali del dipinto mi hanno ricordato esattamente quello che cercavo di descrivere a chi mi chiedeva “Come stai?” durante i primi mesi del lutto. Rispondevo: “Come nel folto di una foresta che devo attraversare, e in cui penetra ogni tanto un raggio di sole”… sembra che i vaganti debbano fare questo sforzo per camminare dentro una gabbia e rompere con le curve queste linee “massicce” .
Quelli che restano…è impressionante come rappresenta chi continua a vivere nonostante tutto. …chi solo. …chi è sorretto da chi ha vicino…..ho detto vivere perché la parola sopravvivere non mi piace. ….Renata V.
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