Un sentiero poco battuto | Mic Eales

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 width=L’arte della medicina e della psichiatria è difficile, e quello che io so è che la chiave è l’empatia e la capacità di immaginare quello che l’altro sta vivendo in quel preciso momento. È possibile coltivare la nostra capacità di essere empatici. Il miglior modo per farlo è di rivolgersi ad artisti o persone creative (Sidney Bloch, citato in Robson, 2006).

Il suicidio di mio fratello nel 2002 si è trasformato in un catalizzatore per un viaggio lungo uno dei sentieri meno esplorati. A volte mi sono sentito come se fossi stato gettato nel mezzo di una giungla quasi impenetrabile e lasciato da solo a cercare la via d’uscita. E’ stato difficile, doloroso e a volte anche spaventoso. Sono stato costretto a cercare nelle profondità della mia psiche per affrontare i demoni che vi abitano e gestire la mia stessa suicidalità. Allo stesso tempo è stato un viaggio gioioso, in cui ho avuto l’occasione di incontrare persone straordinariamente coraggiose. Persone che mi hanno accolto nei loro cuori e hanno condiviso le loro esperienze legate al suicidio. Alcuni di loro hanno spiegato il dolore che si prova quando un amico o un proprio caro si toglie la vita, e i ”cosa sarebbe successo se…” e ”se solo…” che ne conseguono. Altri, che avevano a loro volta tentato il suicidio, hanno coraggiosamente condiviso alcuni dei dettagli dolorosi che li avevano portati a compiere un tale gesto. E’ stato un onore e un privilegio dedicare del tempo ad ascoltare ed essere ascoltato, con compassione ed empatia, e senza giudicare o essere giudicato. Lungo il percorso sono stato vicino al suicidio in più di un’occasione, e sono stati il sostegno della mia famiglia, la mia arte e le persone che mi hanno ispirato e che sono poi diventate miei amici, che mi hanno dato la forza di superare i numerosi ostacoli che di volta in volta sono emersi, senza preavviso, lungo il percorso.

La morte di Bryan è stata l’elemento che mi ha spinto ad esprimere in maniera creativa il ”come ci si sente quando si è vicini al suicidio”. Non avevo realizzato che fosse proprio questo che stavo facendo, ma qualcosa di indefinibile nel profondo del mio essere sapeva che avevo bisogno di comunicare ed esprimere i miei sentimenti ed emozioni. E, per una serie di ragioni, le parole semplicemente non erano in grado di raggiungere la profondità delle emozioni che volevo esprimere ed articolare. Ho pensato al suicidio e, dal momento che avevo già tentato il suicidio in due occasioni da giovane , ho cominciato a temere per la mia incolumità. Spinto dal desiderio di provare a capire che cosa ci fosse dietro la mia suicidalità, mi sono immerso nell’arte e ho cominciato a creare rappresentazioni visive dei miei dialoghi interiori. Era chiaro che se avessi continuato a vivere e ad abbracciare la vita, le mie espressioni artistiche avrebbero dovuto avere una vita che desse loro senso. Ho iniziato creando delle opere d’arte che incarnassero la sincerità, che fossero spiritualmente motivate e avessero in sé un qualcosa di magico e gioioso. Sarebbe stato molto più facile vivere nelle tenebre e nel dolore del suicidio, ma questo avrebbe prodotto una minima, o nessuna comprensione del mio desiderio di porre fine alla mia di vita, e con tutta probabilità avrebbe solo accelerato la mia discesa verso l’oblio.

Negli anni successivi alla morte di Bryan ho creato delle opere d’arte che hanno esaminato il tema del suicidio da diverse prospettive; tuttavia è stato solo nel 2008 che ho cominciato a studiare nello specifico il tema secondo una prospettiva più accademica. Per validare e dare maggiore credito alla mia ricerca ho contattato la suicidologa Erminia Colucci, e da questo contatto è nato uno stretto legame interdisciplinare. Abbiamo collaborato a numerosi progetti, come laboratori, seminari, film, mostre e conferenze, sia a livello nazionale (in Australia) che internazionale. I nostri interessi comuni nel campo dell’arte, della fotografia, del cinema e della spiritualità sono diventati parte di una visione comune, il cui fine è di esplorare in che modo queste attività possano essere usate per aumentare nella società la comprensione dei vari aspetti culturali e socio-culturali del suicidio.

La mia attività di studio e arte pone una grande enfasi sulla sperimentazione attraverso il gioco. Quando entro nel mio studio mi trasformo in un grande bambino, e mi permetto di giocare con diversi mezzi, materiali, forme, desings e metodi alternativi di rappresentazione. Ogni lavoro racchiude in sé una mescolanza di simboli, metafore o analogie. E richiede una forte partecipazione della fantasia, e quella fiducia nel caso tipica della serendipità. E´ proprio l’intuito, insieme ad un processo di continua riflessione, che mi permette di creare sculture e installazioni che spero e credo coinvolgeranno il pubblico in maniera tale da permettere un tacito dialogo con l’opera d’arte. Il commento della scrittrice Michelle Venus, che è la regista che c’è dietro il progetto “E il domani viene di nuovo” (un progetto che affronta il tema del lutto e della guarigione dopo una perdita per suicidio), parla di questo tacito dialogo che io cerco disperatamente di creare nella mia arte:

“Innanzitutto, sto ancora cercando le parole per descrivere come la tua arte mi abbia toccato. E sono una scrittrice. Dovrei essere capace di trovarle senza difficoltà. Ma ho bisogno di più tempo per capire esattamente in che modo mi ha toccato. E’ sincera e toccante. Hai creato una rappresentazione visiva di quello che sto cercando di esprimere a parole. La adoro.” Michelle Venus (email).

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In quanto artista, mi considero innanzitutto un narratore, che interpreta, reinterpreta e alla fine racconta di nuovo delle storie “sincere e toccanti” e che aumentano la comprensione del fenomeno del suicidio. Quando esprimo in maniera creativa il “come ci si sente quando si è nel mezzo di una crisi suicidaria?” e “in che modo una persona passa da una crisi suicidaria a vivere una vita ispirata?”, il mio obiettivo è di fornire una consapevolezza nuova e alternativa della mente suicida, una consapevolezza che possa aiutare ricercatori e professionisti della salute a comprendere pienamente la complessità del suicidio. La mia intenzione è anche di usare la ricerca come uno strumento educativo per aiutare il pubblico più ampio a ridurre lo stigma e i tabù associati a questo fenomeno. Il benessere psicologico ha bisogno, e merita, di essere promosso, e questa è una responsabilità dell’intera comunità.

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