Butterfly la samurai

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Madama Butterfly (libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, prima rappresentazione nel 1904) è una delle opere più conosciute di Giacomo Puccini che ne trasse la storia da un atto di David Belasco, visto a Londra qualche anno prima, a sua volta tratta da un racconto dell’americano John Luther Long.  Fra onore, riscatto e rinnegamento i personaggi ruotano tutti intorno a Cio-Cio-San, giovanissima e in buona fede, che si lascia ingannare dalle promesse del tenente B. F. Pinkerton dell’esercito americano, sbarcato in Giappone in cerca di avventure. Pur  di uscire dalla sua condizione di geisha e riscattarsi dalla povertà in cui era caduta la sua famiglia di origine, acconsente al matrimonio con Pinkerton. Non solo: poco prima del matrimonio, per dimostrare al futuro marito le sue serie intenzioni, rinnega il suo culto originario per convertirsi al Cristianesimo, rinnegando quindi se stessa. Il console americano in Giappone avverte Pinkerton che “ella ci crede” e di stare attento se la sua intenzione è comunque quella di sposare in seguito una vera moglie americana. Ma Pinkerton è sicuro ed è invaghito della giovane Cio-Cio-San che significa in giapponese “Farfalla”. La giovane, non appena suo zio e la sua famiglia vengono a sapere della conversione, viene ripudiata e rinnegata da questi che non accettano il suo gesto e lo interpretano come offesa. Butterfly è disperata. Il rifiuto della famiglia la getta ancora di più nelle braccia del suo neo-marito americano al quale promette amore eterno. Nel duetto d’amore  “viene la sera”  la giovane coppia si dichiara il proprio amore, Butterfly chiede amore a Pinkerton che è desideroso di possederla come si fa con una farfalla che “se cade in man dell’uom /.. / da uno spillo è trafitta / ed in tavola infitta!”

Si chiude così il primo atto. Il secondo atto si apre con un flashforward di tre anni. Butterfly è sola e condivide la sua casa con la fidata amica Suzuki, crede vivamente che suo marito tornerà, mentre sia il console sia la sua cara amica sospettano il contrario e temono il peggio. Giunge una lettera di Pinkerton che annuncia il suo ritorno e scrive di avere una nuova moglie americana con cui visiterà il Giappone. Il console vuole cercare di avvisare Butterfly, ma davanti alla sua cieca fede nel ritorno del marito, non vede alternative che tacere. Butterfly non vuole sentire ragioni: di fronte all’argomento che l’abbandono vale come un divorzio per il diritto giapponese, si appella a quello americano. Nemmeno quando le viene proposto un altro pretendente, tale Yamadori, demorde dalla convinzione  che Pinkerton possa tornare. Anzi, è qui che entra in scena il figlio nato dall’unione: “E questo?” dice Butterfly. “Potrà dimenticarlo?”

Indicativo è il passo in cui Butterfly chiede al console: “Qual è in America la stagione in cui i pettirossi fanno il nido” perché era allora che Pinkerton aveva promesso che sarebbe tornato. Butterfly sogna delle frasi che Pinkerton le ripeterà appena lo vedrà, smania dal desiderio di vederlo arrivare con la sua nave, mentre le persone a lei vicine paiono essere spaventate dalla sua ingenuità e ottusa immaginazione nonché dal pericolo in cui potrà sfociare. Pinkerton giunge e la giovane Butterfly avvista la nave. Con un tono di rivalsa verso coloro che erano scettici verso il ritorno dell’uomo, inizia a cospargere di fiori la casa con la sua Suzuki, esaltata dalla gioia improvvisa.

Ma la verità non tarda ad arrivare. Mentre lei dorme, giunge il console insieme a Pinkerton e Kate, la sua nuova moglie. Pinkerton è straziato dai sensi di colpa e dal rimorso e scappa. Entra Butterfly che spera di trovare lui nella stanza e invece ci sono davanti il console, Suzuki e una signora americana. Dai volti degli altri (chiede: “Perché piangete?”) e dal silenzio della elegante signora intuisce quale sorpresa le ha rivelato il destino. Alla proposta della signora di portare il figlio con sé in America, risponde che deve essere Pinkerton a venire a prenderselo. Andati via tutti, Butterfly è presa dalla disperazione totale, l’onore è distrutto, ma una soluzione le balena negli occhi. Recupera il vecchio coltello appartenuto al padre e annuncia “Con onor muore chi non può serbar vita con onore”. Mentre sta per uccidersi, Suzuki lascia entrare il piccolo che interrompe l’atto della madre. Segue l’aria “Tu tu piccolo Iddio” in cui Butterfly invita il bambino a guardarla per un’ultima volta prima del “materno abbandono”, lo manda a giocare e si trafigge l’addome con il coltello.

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A guardar bene, fin dall’inizio della tragedia i riferimenti alla morte ed al suicidio sono molteplici. Durante l’accordo di matrimonio, viene chiesto a Cio-Cio-San della sua famiglia, che posizione aveva, e alla domanda su suo padre risponde con un secco “morto”. Subito dopo il matrimonio, mostra la sua dote al marito, nella quale oltre ad alcuni oggetti “da donna”, come fazzoletti, pipa, specchio ecc. c’è anche un astuccio lungo e stretto. Pinkerton chiede cos’è, ma lei risponde vaga che “ora c’è troppa gente”. È il sensale di matrimoni a sussurrare sottovoce al marinaio che si tratta dello stesso coltello usato dal padre di Cio-cio-san per commettere seppuku su invito dell’imperatore (Il seppuku era un rituale di suicidio in uso fra i samurai. Il condannato, vista la sua posizione nella casta militare, non veniva giustiziato, ma invitato o costretto a togliersi da solo la vita tagliandosi l’addome con un pugnale solitamente da sinistra verso destra e poi verso l’alto).

Nel secondo atto Butterfly viene messa dal console davanti ad una reale ipotesi quando le chiede “Che cosa faresti se non dovesse tornare mai più?” ed ella risponde “Tornare geisha o morire”. Non ci sono vie di mezzo per la giovane Butterfly. Lasciata in giovane età dal padre, rinnegata dalla famiglia di origine dopo la conversione al cristianesimo, abbandonata dal marito che la sostituisce con una nuova moglie con la quale vuole anche prendersi il suo unico figlio, Butterfly non vede altra soluzione che negare se stessa al mondo. Utilizza lo stesso coltello del padre per sottrarsi ad una vita di disonore, come un samurai.

(Marina_SOPRoxi)

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