Per favore aprite le tende | Sarah Kane

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[hover_color background=”#db9d3a” background_hover=”#bb8125″ border=” border_hover=” padding=”5px 10px” link=”https://www.musiqueapproximative.net/post/tindersticks-4-48-psychosis” target=”_blank” class=” style=”][icon type=”icon-note-beamed”]Sottofondo musicale consigliato per la lettura[/hover_color]

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Sarah Kane ha scritto questo testo due giorni prima di uccidersi. È uno dei testi più crudi e allo stesso tempo poetici che siano mai stati scritti, con cui riesce ad far vibrare le corde più profonde dell’animo di chi ha già deciso di morire ma vuole lanciare un ultimo, disperato grido di aiuto.

Psicosi delle 4:48 è un testo veloce, in cui le immagini si susseguono per associazione. Spesso le associazioni non avvengono per analogia ma per contrasti. E allora è un continuo esserci / non esserci, un continuo cercare e rinunciare. Dice:

guardatemi scompaio guardatemi scompaio
Io non voglio morire / Io non voglio vivere

Il desiderio di scomparire si oppone a quello di essere presente. La protagonista sente le voci di chi le è accanto e cerca di aiutarla, ma non può. È come se ci fosse lei e contemporaneamente tutte le altre persone che percepiscono il suo male e in fondo ne sono turbate.

Sento il tuo dolore ma non posso prendere in mano la tua vita

Dentro quelle che sembrano allucinazioni si nasconde una grande lucidità. Quella di chi riesce a vedere e sentire tutto quello che di solito viene taciuto. Di una persona di una sensibilità senza fine.

Disprezzi tutte le persone infelici o me in particolare?
Non ti disprezzo. Non è colpa tua. Sei malata.
Non è vero

Vengono toccati tutti gli aspetti della depressione più nera. La consapevolezza di essere un peso per gli altri, la consapevolezza di non essere desiderati perché elemento disturbante della quotidianità altrui, perché portatori di tristezza. Il tentativo semplificatorio di scagionare il depresso dai sensi di colpa con la frase “Non è colpa tua, sei malata”

Non è colpa tua, è l’unica cosa che sento dire, non è colpa tua, è una malattia, non è colpa tua, lo so che non è colpa mia. Me l’avete detto tante di quelle volte che comincio a pensare che sia colpa mia

Si sente in colpa, chiede scusa, se ne vergogna. Ciononostante va avanti, continua a seguire il flusso dei propri pensieri e di quelli suggeriti dai dialoghi immaginari con gli Altri. Sempre a metà fra il desiderio di restare sola e quello di essere

Non riesco a stare da sola
Non riesco a stare con gli altri

A costo di non essere più riconosciuta, nemmeno da se stessa

guardatemi guardatemi guardate
Una me che non ho mai conosciuto, il volto impresso sul rovescio della mia mente

La ricerca degli Altri e l’ossessione del giudizio degli Altri evocano le sue suggestioni

La gente … gli scarafaggi … i dottori

Traspare dal testo una rabbia ancora viva. La protagonista non si è arresa alla sua malattia e ironizza sui medicinali che le sono stati somministrati finora:

Per favore non tagliatemi tutta per scoprire come sono morta ve lo dico io come sono morta
Cento di Lofepramina, quarantacinque di Zoplicone, venticinque di Temazepam, e venti di Mellerin

Dentro ci sono rabbia, disperazione e un dissidio interiore lancinante. La rassegnazione alla autodistruzione e la contemporanea ricerca di una via di uscita

Non ho nessuna voglia di morire nessun suicida ne ha mai avuta

La sua è una perenne richiesta di aiuto

RSVP ASAP
Perché non mi chiedi PERCHÉ
?PERCHÉ mi sono tagliata il braccio?
Ti va di dirmelo?
Sì.
Allora dimmelo.
CHIEDIMELO

La barriera fra lei e l’interlocutore che ha davanti il suo dolore, qui simboleggiato dal braccio tagliato, ma che non ha il coraggio di chiederle il motivo della sua autolesione. La paura del dolore negli Altri e il dolore stesso che si confrontano nell’urlo disperato del:

NON LASCIATE CHE QUESTA COSA MI UCCIDE MI UCCIDERÀ
MI SCHIACCERÀ
E MI MANDERÀ
ALL’INFERNO

O del più articolato:

Ti prego salvami da questa follia che mi divora una morte preterintenzionale

Il suo urlo disperato non viene però raccolto da nessuno e

alle 4 e 48
l’ora felice  in cui l’oscurità mi fa visita
dolce oscurità che mi penetra negli occhi
Io non conosco peccato
Questo è il male del diventare grandi
questo bisogno vitale per cui morirei
essere amata
per favore aprite le tende

Non importa la condizione psichica dell’autrice nel momento in cui ha scritto questo testo. Probabilmente non ne esistono altri che ci fanno avvicinare in modo più immediato e vero allo stato d’animo di un suicida, soprattutto perché parlarne, nonché scriverne, è ancora un tabù. Sarah Kane al contrario ci offre forse un passo in più per cercare di capire, o perlomeno di avvicinarsi a coloro che non ci sono più… E  tenere sempre un po’ le tende aperte.

Un’interpretazione di Fortunate Eccezioni Teatro. Mentra il brano consigliato in apertura è “Psychosis 4:48” della band inglese Tindersticks.

(Marina_SOPRoxi)

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