Eterna presenza

Non importa che non ti abbia,
non importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo tutta,
ti desideravo intera.
Oggi non chiedo più
né alle mani, né agli occhi,
le ultime prove.
Di starmi accanto
ti chiedevo prima,
sì, vicino a me, sì,
sì, però lì fuori.
E mi accontentavo
di sentire che le tue mani
mi davano le tue mani,
che ai miei occhi
assicuravano presenza.
Quello che ti chiedo adesso
è di più, molto di più,
che bacio o sguardo:
è che tu stia più vicina
a me, dentro.
Come il vento è invisibile, pur dando
la sua vita alla candela.
Come la luce è
quieta, fissa, immobile,
fungendo da centro
che non vacilla mai
al tremulo corpo
di fiamma che trema.
Come è la stella,
presente e sicura,
senza voce e senza tatto,
nel cuore aperto,
sereno, del lago.
Quello che ti chiedo
è solo che tu sia
anima della mia anima,
sangue del mio sangue
dentro le vene.
Che tu stia in me
come il cuore
mio che mai
vedrò, toccherò
e i cui battiti
non si stancano mai
di darmi la mia vita
fino a quando morirò.
Come lo scheletro,
il segreto profondo
del mio essere, che solo
mi vedrà la terra,
però che in vita
è quello che si incarica
di sostenere il mio peso,
di carne e di sogno,
di gioia e di dolore
misteriosamente
senza che ci siano occhi
che mai lo vedano.
Quello che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza,
non sia per noi dimenticanza,
né fuga, né mancanza:
ma che sia per me
possessione totale
dell’anima lontana,
eterna presenza.

Pedro Salinas da “Poemas Sueltos” (1937 – 1939), in “Largo lamento”, Alianza Editorial, 1989

Sono parole semplici e allo stesso tempo toccanti quelle del poeta spagnolo Pedro Salinas, che accompagnano il lettore nella ricerca appassionata della persona assente o scomparsa. È una sorta di viaggio costellato da diversi momenti, dal “prima” della ricerca fisica all’ “oggi non chiedo più nulla” fino al “quello che ti chiedo adesso è .. che tu stia vicina a me, dentro”. E l’autore si serve di immagini evocative, quando traduce la nostalgia della persona amata come vento invisibile che dà luce alla candela, o come luce quieta e fissa, o ancora come stella presente e sicura.

Quel dentro che chiede all’inizio della poesia diventa concreto quando lo traduce in anima della mia anima, sangue del mio sangue. E diventa quindi il cuore che non si vede e non si tocca, ma “i cui battiti non si stancano mai” almeno per tutto il tempo in cui si avrà la vita; diventa quindi quello “scheletro” che si fa sostegno del peso umano e corporeo che agli occhi è invisibile e solo la terra nel momento della morte svelerà..

L’io lirico cerca la pienezza, implora quasi l’altra persona di non manifestarsi attraverso il vuoto lasciato dalla “corporea passeggera assenza” , “dimenticanza, fuga, mancanza”, ma semplicemente ribaltando la prospettiva,  di farsi “eterna presenza dell’anima”.

 

 

(Marina_SOPRoxi)