Lo shock

La prima reazione alla notizia del suicidio è lo shock, in particolare quando il familiare “scopre” il cadavere; tale scoperta può scatenare emozioni violente che si possono ripresentare vivide nella mente del sopravvissuto per un lungo periodo di tempo.

Perchè lo ha fatto?

L’incessante ricerca di una ragione che giustifichi il suicidio è un fenomeno comune. I familiari esaminano gli eventi e le condizioni che hanno preceduto la morte e indagano su tutto ciò che può aver portato al suicidio il loro caro, sopraffatti da mille perchè. Avrà subito pressioni esterne che possono averlo influenzato? Perchè non mi ha chiesto aiuto? Perché non mi ha detto che pensava al suicidio? Come ha potuto farmi questo?

Orrore!

L’orrore del suicidio costringe i familiari a confrontarsi con la profondissima sofferenza in cui viveva il defunto: quanto a lungo avrà sofferto, per quanto tempo sarà stato cosciente, ecc

Mi sento responsabile

È frequente sentirsi responsabili per quanto accaduto, questo aumenta la difficoltà a dare un senso alla morte e la sensazione di essere stati rifiutati.

Mi sento in colpa!!

Ci si sente in qualche modo responsabili per il suicidio e spesso ci si interroga a lungo sulle precauzioni che si potevano prendere per evitarlo (“Se solo….”). Il biglietto lasciato dal suicida può spingere i familiari ad assumersi responsabilità. Uno studio ha evidenziato che se i destinatari delle note lasciate dal suicida venivano incolpati, essi reagivano difendendosi, ma se il deceduto incolpava se stesso ciò generava un aumento dei rimorsi. Il senso di colpa è in genere più forte se il familiare ha provato sollievo dopo il suicidio, come nei casi in cui tra il sopravvissuto e il defunto il rapporto era fortemente conflittuale. Alcune persone gestiscono il senso di colpa proiettandolo sugli altri e incolpando costoro per la morte.

È un disastro per la nostra famiglia

Per alcuni nuclei familiari il suicidio di un loro componente è vissuto come un disastro; quando questo evento è completamente inatteso, o al contrario quando va a gravare su una situazione familiare già difficile o a volte addirittura drammatica.

Che vergogna!

La vergogna è uno dei sentimenti più difficili da affrontare. Dopo il suicidio i familiari devono sobbarcarsi anche il peso di dover spiegare agli amici e conoscenti le cause e la natura del suicidio. Il sentirsi stigmatizzati per il suicidio del proprio familiare può minare l’unità familiare, e favorire l’isolamento e la disgregazione della rete relazionale.

Ho paura!

Anche la paura è un’emozione assai frequente dopo un suicidio, come pure l’ansia.

E se si suicidasse anche…

Può insorgere anche la paura di un altro suicidio in famiglia. Alcuni eventi del periodo successivo al suicidio possono influire sul rischio di ulteriori agiti suicidari, come ad esempio l’intensità del dolore e della disperazione vissuti dai sopravvissuti, il costituirsi di un patto (inteso come un mutuo accordo in determinate circostanze) suicidario tra i sopravvissuti e anche la qualità e l’intensità della copertura mediatica, ovvero la descrizione del suicidio da parte dei mass media.

Mi sento aggressivo e rabbioso.

Il suicidio è un evento terribilmente distruttivo per coloro che rimangono in vita. Un sentimento spesso presente, ma poco consapevole e difficile da accettare è l’aggressività verso chi se ne andato, il dolore può essere accompagnato anche da rabbia, sentimento poco ammissibile sia a se stessi che agli altri. Quando un partner si suicida, ci può essere rabbia per essere stato defraudato della relazione, o per essere stato abbandonato con l’intero peso delle responsabilità familiari. La rabbia può essere rivolta alla stampa per la superficialità, l’esagerazione o imprecisione nei servizi giornalistici, e per la perdita della privacy nel momento della tragedia familiare.

Non può essere un suicidio!

Dopo un suicidio completamente inaspettato, l’incredulità è fortissima, fino a spingere il familiare ad aggrapparsi ad altre spiegazioni, come il considerare la morte come accidentale e non come un suicidio. E’ un fenomeno chiamato “distorsione cognitiva”: una strategia che può rivelarsi utile a breve termine, ma nel lungo periodo non risulta vantaggiosa o peggio ostacola il recupero.

Nulla ha più senso.

In chi sopravvive può andare incontro ad un rapido declino dell’autostima, una confusione sui valori esistenziali e personali. Questo fenomeno è infatti chiamato “crisi dei valori”.

Che senso ha continuare a vivere?

Durante il lutto pensieri autosoppressivi (pensieri di suicidio) sono comuni e possono riflettere il desiderio di ricongiungersi al deceduto e di chiudere le questioni rimaste aperte, oppure possono essere dovuti ad un vero e proprio stato depressivo.
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